Direttore e Presidente dell’Ente Ticinese per il Turismo, Delegato del Consiglio Federale per le celebrazioni dei 700 anni della Confederazione, Amministratore Delegato di Migros, Vice-presidente della Direzione generale Ringier, Presidente del Locarno Festival, Marco Solari è, o è stato, tutto questo. Ma anche, o forse soprattutto, una passeggiata con il barone Thyssen, una chiacchierata con Sandro Pertini, una pagina di Dostoevskij o una terzina di Dante. Marco Solari, ancora, è tre parole: libertà, rigore e emozione.

Ma libertà e rigore non sono forse un ossimoro?

«Tutt’altro – contrattacca sicuro il Presidente del Locarno Festival – e per spiegarmi mi appoggio a un uomo che più di molti altri ha incarnato lo spirito di libertà nel ‘900 italiano, Sandro Pertini. Giovanissimo Direttore dell’Ente Turismo, la prima visita che organizzai fu proprio quella del Presidente della Repubblica Italiana, nel 1981. Scendendo da Faido il giornalista Gian Piero Pedrazzi, che era con noi, approfittò di una pausa per chiedergli dei momenti vissuti nelle prigioni d’Italia. Pertini, uomo di immenso coraggio che si oppose al peggior fascismo, ci disse: “il rigore mi ha salvato. Tutte le mattine, in cella, mi lavavo e mi facevo la barba; non mi si è mai visto con la barba incolta. Era il mio modo di oppormi all’umiliazione ed al degrado”. Dunque no, non sono un paradosso, anzi, libertà esige rigore. Posso aggiungere però una terza parola? Emozione».

Questa, per alcuni, potrebbe stridere con il ruolo dirigenziale…

«Si è vero e mi sono state spesso rimproverate le emozioni che un manager – secondo molti – non dovrebbe provare, o quanto meno mostrare. Sia chiaro, le cifre sono essenziali, soprattutto per chi amministra, ma senza emozione non esiste successo. Emozione che è amore, che è passione per il prossimo, per quello che fai e per chi ti sta attorno. Pensate alle grandi opere, al Faust: tutto vive e si riconduce a quel concetto fondamentale. Insomma, credo che un bravo manager dovrebbe far incontrare in sé il nord “gerarchizzato e metodico” e il sud “emotivo e spontaneo”; talvolta una battuta o un sorriso aiutano a risolvere le questioni o snodare le situazioni. Le emozioni, torno a loro, sono il vero grande bagaglio di un uomo».

Nord e sud sono anche le sue origini…

«Padre ticinese e madre bernese, sono cresciuto con le due lingue, italiano e tedesco, a cui si è poi aggiunto il francese. Il tedesco è un mondo incredibile, la sua letteratura e la sua filosofia spalancano un universo. L’italiano, per me che vivevo a Berna, era la lingua della malinconia, della nostalgia del Ticino, della voglia di sole e libertà. La metà nordica cerca sempre il sud mentre il sud ammira il nord per le sue qualità. Il francese lo approfondii all’università a Ginevra, ma il grande sogno nel cassetto è il russo, per poter godere in originale della profondità di Puškin e Gogol’, Dostoevskij e Tolstoj».

Raccontando Marco Solari non si poteva che arrivare alla letteratura…

«Essergli affine è una fortuna che ti permette di non essere mai solo, di poter mantenere una certa distanza dalle miserie e dalle meschinità umane. In chi mi rifugio io? Senza dubbio Dante, ancora una volta Dante, tremila volte Dante. E poi Goethe, Proust, Montaigne, Cervantes, Shakespeare… mi rifugio nei capolavori, ovvero in quelle opere che ogni volta che le leggi le riscopri. Penso alla Divina Commedia, perfezione assoluta; per me è una cattedrale gotica, mai barocca. Nel gotico gli architetti lavoravano a dettagli che mai nessuno avrebbe potuto vedere, ma che ciò nonostante dovevano essere perfetti. Dante è così e vivo per scoprire quei dettagli».

Cosa vede se si volta e guarda indietro?

«Tanto lavoro e un immenso impegno, accompagnati dalla fortuna di aver sempre potuto scegliere. Il primo e unico concorso a cui ho partecipato è stato negli anni settanta per il ruolo di Direttore dell’Ente Ticinese per il Turismo, avevo 27 anni. Ci ho pensato di recente ed è qualcosa che mi colpisce: in fondo non ho mai dovuto chiedere o lottare per un lavoro, mi è sempre stato offerto».

Se le chiedessi perché?

Non saprei rispondere. Alla Federazione delle Cooperative Migros, una galassia di varie attività, mi avevano affidato il dipartimento più tecnico, lontano anni luci dalle mie passioni. Ero a capo della logistica, dell’informatica, delle costruzioni, dei laboratori e dei trasporti…».

Di nuovo allora, perché?

«Perché la Migros sapeva che essere a capo di un dipartimento richiede prima di ogni altra cosa una funzione politica. Il tuo ruolo è capire i problemi, farli passare nei vari Consigli e incamminarli verso la soluzione, non quello di sapere tutto dell’informatica. Si torna al principio: anche dove regna la tecnica contano sensibilità ed emozioni».

Libertà, rigore, sensibilità ed emozioni a che datore di lavoro danno vita?

«Doris Longoni, una delle mie collaboratrici storiche, mi ha definito in radio il datore di lavoro più “demanding” (esigente, ndr) che conoscesse. È vero, esigo moltissimo; d’altronde la prima persona con cui sono severo sono io stesso. D’altronde senza autodisciplina non puoi chiedere alcunché ai tuoi collaboratori. Che allo stesso tempo però, in tutti i miei capitoli professionali, ho sempre cercato di far star bene; lavorando con me devono trovarsi a loro agio, guai se vedo un superiore “schiacciare” un subalterno, non ho mai sopportato e accettato la gerarchia prevaricatrice. Chi lavora con te o per te lavora allo stesso tuo fine, il bene dell’azienda, e di conseguenza va trattato con signorilità. Ormai mezzo Ticino conosce il metodo con cui seleziono il mio entourage: dopo avere letto il loro dossier e il loro curriculum li invito a pranzo e osservo come si rivolgono al cameriere. Racconta molto di loro, o per lo meno quanto basta a me. A tal proposito mi torna alla memoria un altro importantissimo incontro della mia vita. Una sera stavo passeggiando con il barone Thyssen; ero molto stanco e di cattivo umore, un signore ci salutò gentilmente e la mia risposta non fu altrettanto cortese. Il barone non disse alcunché, ma mezz’ora dopo mi esortò: “siamo persone conosciute”, disse coinvolgendomi benché io fossi cento volte niente rispetto a lui, “siamo in una determinata posizione; quando una persona mi saluta, anche se sono affaticato, mi sforzo di rispondergli con gentilezza perché quella potrebbe essere la prima, ultima e dunque unica immagine, e ricordo, che avrà di me”. Che lezione, sento freddo ancora oggi…».

Continuiamo a guardare indietro: si è mai sentito “riuscito?

«No, mai. Dopo ogni discorso, dopo ogni intervista sono triste e depresso, convinto che avrei potuto e soprattutto dovuto fare meglio. Mia moglie ha smesso di venire ad ascoltarmi perché “so già come starai dopo…”. Sono un poco come il personaggio di Voltaire, Candide, che piange quando c’è il sole perché sa che poi arriverà la pioggia, e viceversa; quando sento odore di successo non mi vede più nessuno». 

Due date: 1988, Delegato del Consiglio Federale per le celebrazioni dei 700 anni della Confederazione. 2017, Grande Ufficiale dell’Ordine della Stella d’Italia per volere del Presidente Sergio Mattarella. Come convivono Svizzera e Italia in Marco Solari?

«Della Svizzera ho il suo DNA, i cromosomi repubblicani e democratici, nonché la cultura politica, che è poi ciò che la tiene insieme; per l’amore che ho per l’Italia però, quell’alta, sorprendentemente alta e certamente immeritata Onorificenza è stata una delle più grandi gioie di questi ultimi anni».

Chiudiamo guardando avanti: come immagina il Locarno Festival di cui è presidente tra 30 anni?

«Spero simile a quello di oggi: specchio delle realtà nel mondo, interprete dei veri valori dell’Uomo; un festival libero, coerente e sincero. Se si tentasse di condizionarmi mi opporrei senza compromessi e se dovessi perdere toglierei il disturbo».

Non pensa mai di fermarsi?

«Ci sono due modi di andare in pensione. Il primo è attivo, realizzando progetti, partecipando a qualcosa in cui si crede. Il secondo è intimo, di arricchimento personale; arriverà il momento in cui Dante, Shakespeare e Dostoevskij mi riempiranno le giornate. Nessuno può essere tanto spudorato da ritenersi essenziale».