L’esposizione si articola in cinque distinte sezioni, incrociando la successione cronologica delle opere con alcuni principali raggruppamenti tematici. Si comincia con i “motivi dalmati” degli anni ’40 e ’50 che rappresentano le prime esperienze pittoriche dell’artista, nato nel febbraio 1909 a Gorizia, allora facente della monarchia austro-ungarica. Completati gli studi liceali, Zoran Mušič si era iscritto all’Accademia di Belle Arti di Zagabria. Si tratta complessivamente di 16 opere che comprendono olii, acquerelli, puntesecche, matite, raffiguranti le distese carsiche della Dalmazia, con i cavalli, i muretti a secco, gli asinelli e le donne che si recano al mercato sotto il sole ardente. Visioni di semplicità e di commosso amore per quella terra.
Nel 1943, Mušič si reca per la prima volta a Venezia, città cui resterà sempre particolarmente legato e dove nel dopoguerra il maestro Malipiero metterà a sua disposizione uno studio all’ultimo piano del Conservatorio Benedetto Marcello. In mostra, una serie di 27 acquerelli, che hanno per soggetto ponti, canali, paesaggi della città lagunare e un grande olio dedicato al Canale della Giudecca.
Sicuramente di grande impatto emotivo la sezione che testimonia la terribile esperienza della deportazione in un lager tedesco. Arrestato a Venezia dalla Gestapo, Zoran Mušič fu trasferito a Trieste. Messo davanti alla scelta di entrare nei reparti speciali istriani associati alle S.S. o andare in Germania, sceglie la deportazione a Dachau. Alla fine del novembre 1944, viene registrato come prigioniero numero 128231. L’esperienza del campo di sterminio ha potuto esprimerla nei disegni eseguiti in condizioni disperate. L’orrore era tale che il suo solo pensiero era di poter lasciare una traccia di tale inimmaginabile evento. I disegni sono stati eseguiti in condizioni difficilmente comprensibili: inchiostro nascosto e allungato con acqua per farlo durare, foglietti piegati nascosti sotto la camicia, carte e penne sottratte ai laboratori ove lavorava con gli altri prigionieri. Ridotto quasi come i cadaveri che invadevano oramai ogni spazio, ha potuto trovare la forza di continuare a vivere grazie alla sua arte. Di duecento schizzi riuscì a salvarne solo 35. A Lugano sarà possibile ammirare alcuni lavori del ciclo pittorico “Non siamo gli ultimi”: con queste parole i prigionieri di Dachau avevano infatti espresso la speranza che mai più un inferno come quello potesse ripetersi. “Noi non siamo gli ultimi” è stata anche il titolo di un’esposizione, presentata prima a Monaco di Baviera alla Haus der Kunst, poi a Bruxelles, al palazzo delle Belle Arti, ed infine a Treviri nel museo da Kurt Schweiches.
Nel dopoguarre Zoran Mušič sposò Ida Cadorin-Barbarigo e alla moglie sono dedicati alcuni lavori della sezione “ritratti”, tra cui opere come “La dame au chapeau” e l’autoritratto “Nudo in piedi”. L’esposizione luganese presenta anche una serie di paesaggi “senesi” e di Cortina, paesaggi “rocciosi” e motivi vegetali, nonché una grande tela del 1988 dedicata a Parigi. La mostra proposta dalla fondazione Braglia è accompagnata da un libro sull’opera dell’artista con saggi di noti critici d’arte che hanno indagato e approfondito aspetti diversa della vita e dell’opera di Zoran Mušič morto a Venezia nel 2005 all’età di 96 anni.
Anna e Gabriele Braglia sono i fondatori della Fondazione che porta il loro nome. In più di 50 anni, coltivando la loro passione per l’arte, hanno scovato e raccolto opere dei più grandi maestri del Novecento: da Picasso a Balla, a Modigliani e tanti altri. I coniugi Braglia sono anche tra i maggiori collezionisti dell’artista italo sloveno Anton Zoran Music con numerosi acquerelli, disegni ed oli. Particolare importanza rappresenta poi la raccolta sull’Espressionismo Tedesco con opere dei maggiori interpreti quali: Klee, Kandinsky, von Jawlensky, Macke, Marc, Münter, Nolde, von Werefkin, ecc. Con la nascita della Fondazione, avvenuta il 6 giugno 2014 a Lugano, Gabriele e Anna Braglia hanno realizzato il loro profondo desiderio di mantenere integra nel tempo la loro collezione, di promuovere e divulgare l’arte, aprendola ad un pubblico sempre più vasto e diffuso. I figli Riccardo e Enrico hanno sposato e supportato questa iniziativa con entusiasmo. La Fondazione ha sede in Lugano in un ampio spazio espositivo progettato e realizzato con grande rigore architettonico dall’architetto Carlo Rampazzi, assistito dal supporto di validi artigiani e tecnici, e dotato delle più avanzate tecnologie per la conservazione e l’esposizione delle opere.