Ricky Petrucciani, Lei ha cominciato a correre da ragazzo. Quali sono state le principali tappe del suo avvicinamento al mondo dell’atletica?

«In verità i miei esordi nel mondo dell’atletica sono stati abbastanza contrastati perché a 12-13 anni ho fatto un anno dividendomi con il calcio, uno sport che mi piaceva tantissimo. Nell’atletica ero arrivato secondo sui 60 metri e sul chilometro in Svizzera. Nonostante questo bel risultato ho deciso di smettere perché mi è stato chiesto di scegliere tra l’atletica e il calcio e in quel momento ho scelto il calcio. Ho fatto 2 anni nel team Ticino, ma durante le selezioni under 15 /16 non mi hanno scelto, quindi ho ricominciato con l’atletica nel 2015: e questa volta la mia decisione è stata definitiva e i risultati sono finalmente arrivati».

La partecipazione all’Olimpiadi di Tokyo e agli Europei di Monaco sono stati finora i momenti più importanti della sua attività agonistica. Che cosa le piace ricordare di quelle esperienze?

«A questa domanda rispondo sempre raccontando un episodio che risale al 2016 mentre guardavo in televisione le Olimpiadi di Rio de Janeiro e dissi a mio padre che alle successive volevo esserci anche io: Tokyo era il mio sogno e sono stato di parola. È stata un’esperienza incredibile perché a causa della pandemia stavamo chiusi in hotel in quarantena e potevano uscire solo per allenarci. In seguito ci siamo spostati nel villaggio, e l’ingresso per la prima volta allo stadio olimpico mi ha dato una sensazione strana, era enorme ma vuoto, anche se sembrava pieno per i sedili con i colori diversi. L’esperienza di Monaco è stata invece del tutto diversa, ero probabilmente più preparato a gestire lo stress, soprattutto nel corso delle qualificazioni, e tutto è andato per il meglio, con un secondo posto di grande prestigio per l’atletica Svizzera».

Da qualche tempo la sua famiglia si è trasferita a Locarno. Come si svolge la sua giornata tra trasferimenti, allenamenti, studi, ecc.?

«Questo spostamento mi consente di essere più vicino a Zugo, che ho scelto come sede dei miei allenamenti. La mia preparazione prevede 8 allenamenti distribuiti su 5 giorni ogni settimana. L’impegno è notevole, un po’ difficile da gestire, soprattutto quando ti alleni e non riesci a migliorare i tuoi tempi. E poi la tua vita privati non esiste quasi più. Ma per ora sono fortemente motivato e penso che valga la pena di continuare così».

Lei è sempre rimasto fortemente legato alla valle Onsernone. Che cosa rappresentano per lei quei luoghi e quella natura?

«Sono fortemente attaccato alle mie radici, anche se l’attività sportiva mi costringe a trascorrere molte giornate lontano da casa. Tornare in quei luoghi significa respirare l’aria di un ambiente sereno, a misura d’uomo, dove i rapporti umani sono più facili e sinceri: e tutto questo aiuta non poco a ricaricare le batterie».

Quali sono i suoi prossimi obiettivi e come si sta preparando per raggiungerli?

«Il prossimo Mondiale di Budapest (agosto 2023) rappresenta l’obiettivo più importante di questa stagione, senza trascurare il fatto che l’anno prossimo ci sono le Olimpiadi a Parigi ed è importante mantenere una buona posizione nel ranking internazionale. Mi sto preparando a questi appuntamenti con molto impegno e mi sento fortemente motivato, consapevole di non ripetere alcuni errori commessi in passato».

Quali emozioni si provano quando si corre, in allenamento o in gara?

«È difficile a dirsi perché si provano varie emozioni diverse, ma poi su tutto prevale la concentrazione riguardo alla condotta di gara. Una cosa però voglio sottolineare, anche se può sembrare banale: io quando corro mi diverto e questa sensazione di piacere e benessere mi fa affrontare tutta la gravosità dell’impegno. Per tutto questo sono grato a mio padre, che mi segue ed è in un certo senso il mio portafortuna, alla famiglia, agli allenatori e a tutto lo staff tecnico. Un ringraziamento doveroso va poi a Willy Winteler che ha sempre creduto nelle mie potenzialità assicurandomi il suo sostegno».

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