Kety Fusco, come è nata la sua passione per uno strumento particolare come l’arpa e quali sono stati i suoi primi passi nel mondo della musica?
«La passione per l’arpa è nata quasi per magia. Avevo sei anni quando l’ho vista per la prima volta: enorme, luminosa, con un suono che sembrava venire da un altro mondo. Da lì è iniziato tutto, con il Conservatorio di Lucca, tra disciplina classica e primi concorsi. Ogni nota è diventata un passo verso la mia identità».
Quando e come ha deciso che la sua scelta professionale sarebbe stata quella di diventare arpista?
«Avevo nove anni quando ho fatto il mio primo concerto. Ricordo il silenzio, le mani che tremavano, l’emozione. Lì ho capito che volevo fare questo per tutta la vita. La mia insegnante mi diceva che ero troppo ribelle per stare in orchestra, che sarei diventata una solista. Quelle parole mi hanno accompagnata per anni».
Lei si definisce “un’arpista visionaria che ha trasformato il suo strumento in una forza innovativa della musica contemporanea”. Che cosa significa?
«Significa trovare una mia voce attraverso uno strumento spesso percepito come antico. Io credo che l’arpa abbia ancora molto da dire, anche oggi. Uso elettronica, rumori, silenzi, e ho persino nascosto un microfono nella cassa armonica per farla “parlare”. È un ponte tra passato e futuro, una missione artistica».
La sua passione per la sperimentazione l’ha portata a suonare in grandi eventi. Quali sono state le esperienze più memorabili?
«La Royal Albert Hall è stato un sogno. La Notte della Taranta, il Montreux Jazz Festival, l’Euro Jazz in Messico, il tour in Perù: ogni concerto ha parlato lingue diverse. Ma il luogo che sento più mio è il Teatro Sociale di Bellinzona, dove tutto è cominciato. Ogni volta che torno lì, mi emoziono come la prima volta».
Come nasce e si sviluppa l’ispirazione per una colonna sonora?
«È un lavoro artigianale e spirituale. Guardo, ascolto i silenzi, cerco il respiro invisibile dell’immagine. Poi inizio a scolpire i suoni. L’ispirazione arriva spesso prima di dormire, quando tutto si rilassa. Tengo sempre l’app dei memo vocali pronta sul comodino: ogni idea, anche un sussurro, può diventare musica».
Che cos’è per lei la libertà artistica?
«È il diritto di essere fedeli a sé stessi. È potersi perdere, cambiare, creare senza chiedere permesso. Non ho mai rinnegato la tradizione: è la valigia piena di storie da cui parto per creare il nuovo. L’avanguardia, per me, nasce dove il passato si scioglie nel presente e diventa qualcosa che ancora non ha nome».

Quali sono i suoi progetti recenti?
«È uscito il mio nuovo album Bohème. Ho composto una colonna sonora insieme a Daniela Pes per il documentario Wider Than the Sky di Valerio Jalongo. A breve partirò per gli Stati Uniti, dove suonerò a SXSW ad Austin, e sto lavorando a un progetto importante con Jeff Mills e la Philharmonie de Paris. In parallelo sto organizzando il Floating Notes Festival, il mio festival: l’anteprima si terrà il 24 maggio al Teatro del Gatto di Ascona, con due concerti esclusivi di Lucrecia Dalt e Chiara Dubey e una conferenza stampa durante la quale annunceremo la line-up del festival vero e proprio, che si svolgerà dal 30 ottobre al 1° novembre al Teatro Sociale di Bellinzona».
Qual è il suo più grande desiderio, artisticamente e personalmente?
«Continuare a cercare sinceramente la mia identità, lasciare un segno nel modo in cui l’arpa è percepita nella musica contemporanea. Collaborare con artisti internazionali, affrontare nuove sfide e portare l’arpa ovunque non sia mai stata. Guardarmi indietro e sapere di essere stata fedele a ciò che sono».



