Il diritto moderno è nato per arginare l’arbitrio, condanne sommarie senza processo e porre fine alla legge primitiva della vendetta. Quando Cesare Beccaria afferma “nessuna pena senza legge” vuole proteggere dal linciaggio o da un carcere disumano il presunto reo di un delitto. Oggi il diritto penale, che per un paio di secoli aveva posto al centro il reo di un delitto, ha fatto proprio in larga misura un approccio diverso, che pone al centro la vittima. Un progresso? Certamente, se un’accresciuta attenzione alle sofferenze delle vittime contribuisce ad impedire una giustizia cinica e abusi di potere. Tuttavia, solo un’inchiesta penale rigorosa e un esame processuale che ponderi i fatti e giunga ad un verdetto equo permette di evitare la tentazione della giustizia sommaria che si va facendo strada, di nuovo, nella società odierna.

Una tentazione che oggi viene alimentata dalla mediatizzazione globale e dai social media, che tendono a deformare i fatti, ad attizzare odi e vendette personali e di gruppo, ergendosi a tribunali popolari. E sfruttando cinicamente le sofferenze e la vulnerabilità delle vittime… per fare audience. Il principio che anima la mediatizzazione dei conflitti è inoltre la “presunzione di colpevolezza”, in contrasto con quello della “presunzione di innocenza” fino a condanna definitiva, che è un caposaldo del diritto penale. Le distorsioni dei fatti e lo sfruttamento delle emozioni proprie della mediatizzazione dei conflitti rappresentano una potente forma di pressione sull’operato della giustizia chiamata a dirimere conflitti e riparare torti in modo equo ed imparziale, garantendo i diritti fondamentali sia delle vittime che degli imputati/condannati.

In tempi recenti (in particolare in casi e circostanze fortemente mediatizzate) le pressioni esercitate dalle vittime prima e durante il processo sono cresciute in modo esponenziale, esigendo pene esemplari che spesso vanno oltre il semplice risarcimento individuale ma rispondono a sentimenti di rivalsa, magari comprensibili ma che non possono essere un criterio oggettivo dal punto di vista della giustizia. Talvolta anche pretese di per sé attinenti al codice civile si trasformano in richieste di pesanti sanzioni di ordine penale. Sotto la pressione dell’opinione pubblica, il Legislatore ha emanato in molti Paesi leggi molto severe, di privazione della libertà, anche in campi dove essa dovrebbe essere “sub judice”. Il caso dell’inasprimento del codice della circolazione è emblematico.

Se appare giustificata una pena severa contro un conducente che procura un incidente grave, un semplice superamento dei limiti di velocità può essere considerato un reato penalmente grave (che può portare addirittura alla privazione della libertà) anche senza che abbia provocato danni a cose o persone? Sorge il sospetto che in taluni casi l’inasprimento delle pene e la cosiddetta tolleranza zero rispondano a motivi propagandistici o populistici da parte del Legislatore o di un Governo confrontati con una crescente richiesta di repressione da parte del popolo.

Gli abusi “di genere” sono un altro capitolo emblematico dove chi si dichiara vittima chiede spesso tolleranza zero e una giustizia severa prima ancora che l’iter processuale abbia fatto il suo corso. Richiesta legittima laddove esiste una violenza comprovata, ma che in certi casi si spinge a chiedere sanzioni “esemplari”, sommarie o “per analogia, in forza anche solo di discriminazioni socio-culturali trascorse. Il rischio – per esempio nel caso di parte del femminismo scaturito dal Mee-too – è di considerare colpevoli a prescindere i maschi come categoria perché veicoli loro malgrado del cosiddetto patriarcato e/o di rivendicare di conseguenza un inasprimento delle norme legali, sotto la pressione di manifestazioni politiche: condanne anche di comportamenti non lesivi ma innocui, solo sulla base della percezione soggettiva di chi si sente vittima. Penso ad esempio a severe condanne “per abuso sessuale” in presenza di un contatto involontario o inoffensivo, oppure, in assenza di un consenso dichiaratamente esplicitato, a procedere con effusioni amorose.

In questi e in altri casi, che il legislatore o la giurisprudenza cedano semplicemente alla richiesta popolare di repressione da parte di chi si sente vittima non rappresenta la soluzione. Anche perché le rivendicazioni sono spesso contraddittorie.

Prendiamo il caso delle leggi riguardanti l’Immigrazione “illegale”. Qui si scontrano due pretese popolari diverse. La prima esige dal Legislatore di promulgare (e allo Stato di applicare) leggi più severe di incarcerazione e di esplusione di chi è nell’illegalità e/o compie un delitto, a partire dal fatto che una parte della popolazione si sente minacciata nella propria sicurezza (o nel proprio posto di lavoro). La seconda, al contrario, esige un trattamento di rispetto dei diritti fondamentali (in forza di sentenze o della giurisprudenza di Organismi giuridici internazionali come la Corte europea dei diritti dell’uomo) riguardanti ad esempio l’accoglienza, il ricongiungimento familiare, la scolarizzazione e l’integrazione.

Chi propugna (e manifesta) per l’accoglienza lo fa spesso sottolineando che chi fugge da Paesi poveri è (o è stato) a sua volta vittima (lui o i suoi padri) di uno sfruttamento iniquo da parte dei Paesi verso i quali emigrano illegalmente. Sulla stessa stregua, l’empatia verso le vittime anima movimenti in difesa delle minoranze o gruppi sociali con un passato di oppressione, verso i quali si chiede quindi al Legislatore o al Giudice di mostrare comprensione. Simile a questa fattispecie è il caso di manifestazioni violente o atti vandalici contro la proprietà perpetrati da militanti per la causa del clima (Extinction Rebellion ad es.), oppure “antispecisti” e “anticolonialisti”. Essi giustificano le violenze poiché si considerano vittime di comportamenti passati e/o odierni (o futuri) lesivi contro i Paesi colonizzati, contro una razza oppressa o un genere, oppure contro la natura o addirittura contro gli animali (in questo caso le vittime da difendere sono gli animali stessi…).  Se si accondiscende a che il diritto si conformi alle pressioni popolari e in ottemperanza soprattutto alla visione delle vittime (o di chi semplicemente si considera o si dichiara tale), giova tener presente che su tutti i punti summenzionati e altri ancora le nostre società oggi appaiono profondamente divise. Legislatori e Giudici di uno Stato si ritrovano quindi nella spiacievole situazione di essere chiamati a prendere partito per gruppi diversi di vittime ( o sedicenti tali), in conflitto fra loro.

A farne le spese è uno dei principi fondanti dello Stato moderno: l’equilibrio del diritto e le garanzie che esso è chiamato a fornire a tutti i singoli cittadini e alla collettività. A fortiori in un periodo come il nostro di crescente conflittualità a tutti i livelli.