Sembra incredibile – dopo la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e la creazione dell’ONU – ma lo scenario attuale, anche osservato dalla nostra fortunata Svizzera – è purtroppo questo. Siamo costretti a constatare che i modelli politico-istituzionali adottati a garanzia del diritto e della protezione degli individui e delle comunità non sono adeguati alle sfide della post-modernità. Il contratto sociale moderno, iscritto dopo la Rivoluzione francese nelle Costituzioni liberali degli Stati nazionali ottocenteschi, ha permesso di sancire l’emancipazione dall’Ancien régime, l’uguaglianza davanti alla legge e poi il suffragio universale.

Non è poco. Ma le modalità con cui la volontà generale e i rapporti fra Stato e cittadino hanno trovato attuazione nella maggioranza degli Stati – in particolare in quelli di stampo centralistico – incontrano ormai crescenti difficoltà a garantire una stabilità politica e un’ampia legittimazione democratica. Se l’elezione dei rappresentanti dei cittadini secondo il principio “un uomo, un voto” e l’esercizio della volontà della maggioranza sono l’essenza delle moderne democrazie nazionali, nell’era post-nazionale della globalizzazione e dell’affermazione dei diritti individuali, l’applicazione della nozione stessa di cittadinanza diventa complessa e alcuni dei meccanismi politici dello Stato moderno appaiono inadeguati.

L’esplosione di una crescente conflittualità sociale ad alto potenziale sovversivo e la moltiplicazione di movimenti estremisti intolleranti e violenti sono il sintomo evidente di questa inadeguatezza degli Stati fondati su un ruolo totalizzante dello Stato e una inibita società civile. Il limite principale di questo modello di contratto sociale è che interpreta la rinuncia del cittadino a una parte della propria libertà a favore della volontà generale (come propugnato da Rousseau) come delega quasi totale agli eletti e allo Stato della sovranità, che nelle intenzioni del filosofo ginevrino avrebbe invece dovuto rimanere rigorosamente alla comunità, al popolo. Il cittadino abdica de facto a un ruolo partecipativo attivo e diretto nella gestione della cosa pubblica.

A queste debolezze di una concezione rigida di democrazia rappresentativa maggioritaria e centralistica va ad aggiungersi oggi l’urto destabilizzante della quarta rivoluzione industriale basata sulla tecnologia digitale che mette a dura prova il contratto sociale nazionale, creando nuovi poteri dominanti su scala sovra-nazionale, nuove disuguaglianze ed esclusioni dei cittadini. Tutto ciò rende urgente l’adozione non solo di regole condivise sovra-nazionali e nazionali, bensì anche di incisive forme partecipative dirette dei cittadini e della società civile. Nell’epoca globale, in cui le differenze e le strutture asimmetriche sono la norma e non l’eccezione, la politica deve poter contare su meccanismi perfezionati, in grado di gestire sistemi complessi, nei quali cittadini e società civile svolgano un ruolo da protagonista, anziché essere considerati quantité negligeable. Ne va della coesistenza pacifica e democratica.

In un numero pubblicato recentemente, la rivista di geopolitica “Limes” si interroga su quali siano le ragioni della “Potenza nascosta della Svizzera” nell’attuale contesto mondiale. Fra i numerosi spunti indicati, il mio contributo sottolinea il ruolo svolto dal contrattualismo diffuso che permea il sistema politico elvetico per la prevenzione e il superamento dei conflitti e quindi per rafforzare la legittimazione politica e la stabilità sociale, condizioni indispensabili di uno sviluppo economico condiviso. Uso la parola contrattualismo, poiché essa spiega meglio la natura del federalismo svizzero, assai diverso dal significato che assume altrove.

Quando si parla di federalismo all’estero si intende infatti un sistema politico di marcata centralizzazione, mentre da noi è il contrario. La Costituzione svizzera sancisce infatti che «i Cantoni sono sovrani […] ed esercitano tutti i diritti non delegati alla Confederazione». Inoltre, in Svizzera il federalismo (dalla parola “foedus”, ovvero patto o contratto) non si limita al rapporto verticale fra centro istituzionale e istituzioni periferiche, poiché l’idea di contratto permea a tutti i livelli, orizzontalmente, il funzionamento del sistema. Lo storico Jean-Francois Bergier lo ha definito un “federalismo sociale”. Ovvero, un approccio sistemico dei problemi sociali, linguistico-culturali e politici basato sul contratto, che favorisce la prevenzione dei conflitti di una società non omogenea e composta di grandi diversità.

Questo contrattualismo sistemico esprime una cultura politica affinatasi nei secoli a partire dalla consapevolezza che solo l’arbitrato fra le parti poteva salvaguardare un’alleanza fra partner linguisticamente e religiosamente diversi confrontati a forti pressioni internazionali. In seguito – durante il processo di fondazione dello Stato federale moderno e nei decenni successivi – esso è l’esito di una coerente evoluzione politico-istituzionale che tempera il centralismo statalista per lasciare progressivamente spazio ad una democrazia semidiretta basata su un’ampia partecipazione popolare tramite il referendum e l’iniziativa costituzionale popolare, nonché a un Governo di concordanza fra le principali forze politiche del Paese. L’introduzione, nel 1919, dell’elezione del Consiglio Nazionale secondo il sistema proporzionale, consente inoltre ai partiti e alle minoranze di essere rappresentati in Parlamento in base alla loro quota di elettorato.

Nella storia degli Stati nazionali moderni, il sistema politico elvetico rappresenta un ibrido molto particolare. Esso è infatti il frutto di un riuscito innesto moderno su un ceppo premoderno. Per secoli, la Confederazione elvetica ha avuto una natura puramente contrattuale: fondata su un patto, quindi sul principio del consenso fra le parti. Con l’entrata in vigore della prima Costituzione federale, il 12 settembre 1848, il patto federale decade e il principio legale («la maggioranza impone la propria volontà alla minoranza») subentra anche in Svizzera a quello contrattuale.

Ciononostante, il principio contrattuale premoderno impregna ancora oggi i meccanismi di funzionamento della moderna Confederazione. Ne elenco alcuni.

  1. Nel bicameralismo svizzero, ispirato al modello statunitense, Cantoni grandi e Cantoni piccoli hanno un identico numero di rappresentanti (due) nella Camera dei Cantoni, che ha gli stessi poteri della Camera del Popolo.
  2. La democrazia semidiretta (diritto di referendum e di iniziativa) assegna alla società civile e ai cittadini un potere politico di controllo e di opposizione nei confronti del Parlamento e del Governo.
  3. La doppia maggioranza di Popolo e Cantoni, richiesta per l’approvazione delle iniziative popolari, dà al voto dei cittadini dei piccoli cantoni un peso politico molto maggiore di quello dei cantoni grandi.
  4. Il modello di Governo federale e cantonale è consociativo e collegiale e i membri decidono in linea di principio in modo consensuale. La cosiddetta «Pace del lavoro», sancisce dal 1937 la concertazione permanente fra i partner sociali nell’elaborazione consensuale di contratti collettivi di lavoro e di salari minimi variabili.
  5. La formazione professionale viene promossa congiuntamente dall’ente pubblico e dalle aziende secondo un modello detto “duale”. Questo patto socio-economico fra Stato ed economia privata sancisce un rapporto fra teoria e pratica prezioso per formare professionisti al passo con la rivoluzione tecnologica in corso.
  6. Nell’elaborazione dei disegni di legge federali, svolgono un ruolo complementare essenziale le Conferenze dei direttori cantonali responsabili dei diversi dipartimenti, affinché le norme adottate rispondano agli interessi dell’insieme delle regioni elvetiche.
  7. Il Primo cittadino di un Comune non è il Sindaco ma il Presidente dell’Assemblea comunale, così come il Primo cittadino svizzero non è il Presidente del Governo bensì il Presidente dell’Assemblea federale.

C’è chi considera superati la cultura politica e il federalismo contrattualistico elvetico. Forse è vero il contrario. La Svizzera ha sviluppato una cultura della mediazione oggi più che mai attuale. L’arbitrato e il patto sociale fra partner e interessi diversi che ha affinato rispondono alla complessità dalla società globale e multiculturale. Nella soluzione delle crisi sociali e politiche legate alla globalizzazione, sono evidenti il deficit democratico e la necessità di rafforzare la legittimazione delle scelte politiche grazie ad un paziente lavoro di mediazione e di concertazione fra soggetti diversi.

Quanto ai modelli politici nazionali (ed europei) di stampo centralistico, è sotto gli occhi di tutti la loro difficoltà di far fronte ad una politica ed una economia sempre più globali. Inoltre, l’incontrovertibile configurazione multiculturale delle nostre società complesse necessita – per prevenire il rischio di crisi esplosive – di meccanismi di consultazione, integrazione ed ampia partecipazione democratica che definiscano le regole a geometria variabile di una pacifica coesistenza fra minoranze e maggioranze diverse. Forse, l’ibrido istituzionale della Svizzera la rende un laboratorio interessante nella ricerca di soluzioni ai problemi complessi dell’era post-nazionale e post-moderna.