Un atteggiamento che studiosi e politici considerano un allarmante riflesso di paura, a fortiori preoccupante poiché si è andato diffondendo in modo crescente durante gli ultimi decenni e in modo esponenziale negli ultimi cinque anni. Nel 1990 – all’indomani della caduta del muro di Berlino – quasi l’80% della popolazione tedesca riteneva ancora di poter esprimere liberamente la propria opinione politica. Oggi, la grande maggioranza dei cittadini di un grande Paese riunificato e teoricamente libero da più di trent’anni sembra aver paura di parlare liberamente. Come accadeva nella Germania dell’Est comunista ai tempi della sua polizia politica, la famigerata STASI.

I dati pubblicati da Statista Reaserch Department il 26 marzo del 2024, focalizzati soprattutto sulla libertà di opinione politica, confermano quelli resi noti già nel 2019 dall’Istituto demoscopico Allensbach riguardanti la libertà di opinione in generale. «Tre quarti della popolazione – indicavano i ricercatori cinque anni fa – ritengono che bisogna fare molta attenzione ai temi su cui ci si esprime, soprattutto in pubblico e in internet». Non tanto o a causa delle leggi e relative sanzioni ma per l’ostracismo cui si rischia di andare incontro dal punto di vista sociale e professionale. «Ci sono molte leggi non scritte che determinano quali opinioni sono accettabili e quali sono tabù».

I tabù indicati dagli intervistati sono temi come gender e identità sessuale, Islam, profughi, ma anche patriottismo. Quasi il 60% degli intervistati si dichiara “infastidito” dalle regole considerate “esagerate” del politicamente corretto e la disponibilità ad adeguarvisi acriticamente sta diminuendo drasticamente. Solo il 18% (diciotto) dei tedeschi sostiene che può esprimersi liberamente in pubblico su qualunque tema senza subire sanzioni di tipo sociale e professionale. Il 58% ritiene di poterlo fare solo in famiglia e in cerchie di amici e di doversi esprimere con grande circospezione in altre cerchie. Per la maggioranza, i social media sono forieri di grande conflittualità, sono guardati con sospetto e in internet occorre esprimersi in modo molto guardingo.

Il rapporto finale dei ricercatori sottolinea che presso la cittadinanza è sempre più diffusa la convinzione che sta prendendo piede un sistematico controllo sociale. Molti cittadini si sentono sotto osservazione e giudicati e hanno l’impressione di essere sottoposti ad un processo di indottrinamento, inaccettabile in una società basata su norme condivise.  Il forte disagio e la spaccatura sociale che emergono da questi sondaggi scientificamente rappresentativi è ormai oggetto di studio e di dibattito politico in Germania.

Dobbiamo considerarlo e liquidarlo come un fenomeno puramente tedesco? Se la storia recente della Germania (in particolare la ferita non rimarginata del nazionalsocialismo, la riunificazione fra la Repubblica federale tedesca e la DDR e la forte immigrazione da paesi islamici, per limitarsi a questi) gioca un ruolo importante nell’attuale conflittualità sociale della Germania, basta guardare ai conflitti fuori controllo e alla recrudescenza dell’intolleranza in Francia, in Gran Bretagna, nei Paesi Bassi e in Belgio – per non parlare degli Stati Uniti – per ritenere che il problema della censura sociale del politicamente corretto, la limitazione della libertà di opinione che in molti casi è autocensura fanno da pericoloso detonatore ai già profondi conflitti economici, sociali e culturali delle nostre, sempre più fragili, democrazie occidentali.

Se si ritiene che i dati rilevati in Germania costituiscano un segnale preoccupante di indebolimento della libertà di espressione – pilastro di una libera convivenza democratica – ormai riscontrabile in tutti i Paesi occidentali, è opportuno e urgente porsi alcune domande. Qual è la legittimazione democratica del politicamente corretto e di chi lo definisce? È lecito che l’opinione dominante di alcuni censori limiti l’opinione di una maggioranza?

È saggio che a determinare le regole della libera espressione siano non tanto le leggi (che sanzionano giustamente reati e comportamenti inaccettabili) ma una determinata morale dettata da un gruppo di censori? Il processo di censura e di modifica politicamente corretta non solo dell’opinione ma della lingua stessa e della Storia è già a tal punto sviluppato nei Paesi occidentali che non si può non ripensare agli scenari autoritari della società del controllo prefigurati da George Orwell.

Il suo romanzo distopico “1984”, ci appare oggi per certi versi tremendamente reale. Prendiamo ad esempio ciò che Orwell considera lo strumento privilegiato del controllo sociale, ovvero la creazione di una nuova lingua politicamente corretta, la Neolingua: «In neolingua l’espressione di opinioni eterodosse era praticamente impossibile. E gran parte della letteratura del passato era già stata emendata in questo senso. Numerosi scrittori come Shakespeare, Milton, Swift, Byron, Dickens e altri stavano subendo il trattamento della traduzione ideologica. Una volta che tale lavoro fosse stato completato, i loro scritti originali, assieme a tutto ciò che sopravviveva della letteratura del passato, sarebbero stati distrutti. (…) Se i fatti negano il Socing (l’ideologia dominante, NdR), allora bisogna cambiare i fatti. In tal modo la Storia viene continuamente riscritta. Se poi si deve dare un nuovo ordine a ciò che si ricorda o falsificare i documenti scritti, diviene necessario dimenticare di aver agito in quel modo. Si tratta di uno stratagemma che può essere appreso come qualsiasi altra tecnica mentale. Certamente lo apprendono quasi tutti i membri del Partito e tutte le persone intelligenti e perfettamente osservanti dell’ortodossia». «Fine specifico della neolingua – ammonisce George Orwell – non era solo quello di fornire un mezzo espressivo che sostituisse la vecchia visione del mondo e le vecchie abitudini mentali, ma di rendere impossibile ogni altra forma di pensiero» (G. Orwell, 1984; Appendice, I principi della Neolingua).

Se riteniamo che proprio della democrazia non sia la promozione di un pensiero unico (e di una lingua unica) definiti moralmente corretti da una nomenklatura al potere bensì la diversità delle opinioni, la libertà di esprimerle in società e in politica nel rispetto di quelle altrui senza subire ostracismi e intolleranza ed anche la libertà di una contestazione (civile ma se necessario decisa) di chi sta al potere, allora occorre mettere a tema di approfonditi dibattiti pubblici il rischio reale di una deriva autoritaria delle nostre democrazie. Le enormi possibilità di controllo e di manipolazione della realtà e degli individui che permettono algoritmi e intelligenza artificiale rendono questo dibattito pubblico ancora più urgente.