Fra le cause delle guerre e del terrorismo nonché del conflitto per l’egemonia mondiale fra Cina e Stati Uniti che caratterizzano questo primo quarto del secolo XXI , una viene evocata spesso: il risentimento e la volontà di rivalsa di Paesi del cosiddetto Sud globale contro il plurisecolare colonialismo e l’imperialismo dell’Occidente capitalista sul resto del mondo. In ambedue i conflitti in corso alle frontiere dell’Europa – il conflitto russo-ucraino e quello palestinese – ma anche nel conflitto commerciale e per l’egemonia economico-finanziaria, tecnologico e militare fra Cina e Stati Uniti, l’Occidente vien messo sul banco degli accusati. L’esito della Guerra fredda, con la vittoria dell’Occidente (capeggiato dagli Stati Uniti) sull’Unione sovietica, è stata contraddistinto (così afferma Vladimir Putin) dall’umiliante volontà degli USA di confinare quello che per secoli furono l’impero russo e l’impero sovietico nel perimetro territoriale di una insignificante potenza regionale. La guerra di riconquista dell’Ucraina esprime la volontà della Russia di ritrovare lo statuto di grande potenza mondiale, statuto riconosciutole alla fine del secondo conflitto mondiale a Jalta, in Crimea, anche in forza del contributo determinante dell’Armata Rossa per la liberazione dell’Europa e del mondo dal nazionalsocialismo. Quanto al conflitto palestinese, nella percezione della maggioranza dei popoli arabi – ex colonie e/o sotto protettorato delle potenze europee – il conflitto palestinese è l’onda lunga di una guerra di resistenza anticoloniale per l’indipendenza dopo la bruciante sconfitta dell’Impero ottomano alla fine della Prima guerra mondiale. Lo Stato di Israele venne subìto dai Palestinesi come un’imposizione della gran Bretagna e della Comunità internazionale e la spartizione della Palestina da parte dell’ONU nel 1947 non fu accettata dai Palestinesi poiché rivendicavano il diritto ad uno Stato nazionale come altri popoli sotto mandato britannico o francese in Libano, Siria o Iraq… La guerra in Palestina dura da allora e sta vivendo la terribile spirale di brutalità che conosciamo. Anche la Cina si dichiara vittima dell’Occidente, chiamata a riscattare le umiliazioni e lo sfruttamento subito e in grado ormai di vincere la contesa con gli Stati Uniti per l’egemonia globale. Il 2 luglio 2021, per il centenario del partito comunista cinese, Xi Jin Ping ha pronunciato un discorso emblematico di cui val la pena di citare alcuni brani: “Dopo la guerra dell’Oppio nel 1840 la Cina è caduta in uno stato di società semi-coloniale. La nostra patria è stata umiliata, il nostro popolo martirizzato e la nostra civiltà macchiata (…). La Repubblica popolare di Cina ha messo fine alla società semicoloniale e al suo stato di disgregazione, ha abolito i trattati ingiusti imposti dalla potenze straniere e soppresso le prerogative dei paesi imperialisti. Il partito comunista cinese e il popolo cinese dichiarano solennemente al resto del mondo che il popolo cinese si è levato; è ormai finita per sempre l’epoca in cui la nazione cinese era alla mercé delle potenze straniere e subiva affronti e oltraggi”. In quello stesso discorso Xi Jinping glorifica “l’aumento della potenza dell’esercito nella nuova era”. “Dobbiamo mantenere il controllo assoluto del partito sull’esercito e rafforzarlo grazie alle scienze e alla tecnologia. Così esso potrà issarsi al primo posto su scala mondiale garantendo la sicurezza dello Stato e difendendo i nostri interessi in materia di sviluppo!”.
Questa narrativa che vede l’Occidente nel ruolo di oppressore contiene elementi storicamente fondati. Studi postcoloniali seri vanno oggi a correggere la retorica che in passato vantava acriticamente i meriti di un Occidente benefattore e fattore di sviluppo dei “Paesi sottosviluppati del Terzo mondo”. Laddove non sconfinano nell’ideologia e nello schieramento politico (come purtroppo sta accadendo in non pochi casi) questi studi sono utili anche perché possono aprire ponti di dialogo . Ma il risentimento del Sud globale dovuto al colonialismo e all’imperialismo occidentale offre una spiegazione esauriente dei conflitti attuali? Oppure annuncia
l’avvenuto inizio di quello “Scontro di civiltà” (fra culture, religioni e collocazioni geopolitiche diverse) che Samuel P. Huntington affermava inevitabile dopo la fine della Guerra fredda? I segnali di uno scontro di civiltà in corso sono evidenti e il vittimismo spesso è mero pretesto. Se così fosse, l’autolesionismo o addirittura l’”odio della propria civiltà” oggi assai diffusi, non ci vengono in aiuto per affrontare i conflitti cui devono far fronte le nostre vecchie democrazie. Esse sono claudicanti, è vero, ma sono democrazie e come tali vanno difese da chi oggi le minaccia. La Russia, come diceva lo storico Juri Afanasiev, non ha mai conosciuto la democrazia. Non solo perché è passata direttamente dall’Impero degli Zar al totalitarismo comunista di Lenin e di Stalin, ma perché non conosce la nozione di società civile. Il pensiero politico e religioso-culturale di Vladimir Putin è quello dello zarismo e/o dello stalinismo e la Chiesa ortodossa cui storicamente fa riferimento il popolo russo non è antagonistica all’Imperatore ma dipendente dal potere politico. In Medioriente è in atto una lotta intestina al mondo islamico per l’egemonia di un nuovo incipiente Impero Ottomano (che ha mire espansionistiche), mentre il fondamentalismo islamico della jihad combatte l’Occidente, gli “infedeli” delle altre religioni e l’Islam moderato, imponendo l’applicazione rigida della legge religiosa nella vita sociale e politica (in Medioriente ma anche infiltrandosi nella diaspora islamica europea). Quanto incompatibile sia questo processo di involuzione dell’Islam in Medioriente (e in non poche comunità della diaspora islamica) con la democrazia, lo Stato di diritto, i diritti umani di donne e uomini e i diritti delle minoranze è evidente. L’Occidente viene sfidato sui valori e i fondamenti delle proprie realizzazioni politico-istituzionali, compresa la possibilità di trovare una convivenza feconda fra fede religiosa e ragione, che l’Islam sembra voler negare. Il riconoscimento della libertà religiosa come diritto inviolabile di ogni persona, sancito dal Concilio Vaticano secondo, ha aperto la strada ad un dialogo fecondo fra lo Stato laico e la comunità religiosa. E proprio sulla complementarità e il dialogo continuo fra fede e ragione, Papa Ratzinger ha invitato l’Islam a discutere. Anche nei confronti della Cina comunista, il conflitto in corso non è di ordine meramente commerciale. Si tratta di un vero scontro di civiltà. Il più temibile forse per gli Stati Uniti e l’Occidente, vista la potenza tecnologica, economica e militare (anche di testate nucleari) che può mettere in campo. Il potere politico assoluto di cui dispone il partito unico cinese e la politica di controllo capillare della popolazione e la repressione delle minoranze sono in aperto contrasto con il sistema democratico occidentale e i suoi valori fondanti. D’altronde, mentre Xi Jinping accusa l’Occidente di aver ridotto l’Impero di mezzo in uno stato semi-coloniale, la Cina oggi controlla e gestisce un impero commerciale ed economico su scala globale senza precedenti. Lo scontro di civiltà in corso ha assunto i tratti di una “escalation” verso gli estremi che ricorda le fasi più pericolose della Guerra fredda. Malgrado i pericoli estremi che comporta, la “pace attraverso la forza” sembra essere purtroppo l’unica via percorribile.



