«Mi occupo di persone che vogliono dimagrire, di uomini e donne, giovani e meno giovani, con problemi fisici o posturali, di persone che vogliono scaricare la tensione derivata da una vita professionale spesso stressante. O più semplicemente aiuto chi desidera rimettersi in forma e stare bene. C’è poi chi ha il diabete e deve svolgere particolari esercizi, chi ha mal di schiena o al ginocchio e deve rafforzare la muscolatura. E uso il pugilato anche per tirar fuori l’aggressività oppure per calmarla. Lavoro per dare autostima alle persone».

Con quali aspettative un cliente arriva da lei? Come si rapporta con qualcuno che spesso non ha mai visto prima?

«Il cliente ha dei desideri che provo a esaudire. Si parla molto prima di iniziare il programma di allenamento ed è un passaggio importante. Cerco di capire chi è la persona che ho di fronte: che lavoro fa, che problemi ha, che passato sportivo ha? Le faccio un check completo, poi stiliamo un programma commisurato alle sue esigenze e potenzialità. Si tratta di programmi personalizzati che a scadenze regolari vanno aggiornati. Sta a me valutare la situazione volta per volta e, se del caso, intervenire». 

Qual è la sua filosofia nel campo dell’educazione sportiva, se così la posso definire?

«A differenza di altri, ho a disposizione un passato sportivo dove la testa ha avuto un profondo ascendente su quello che facevo. Per me il pugilato è la metafora perfetta della vita: gli obiettivi si raggiungono soltanto attraverso l’impegno e, come accennavo prima, lavorare intensamente aumenta l’autostima. Il che ci fa sentire bene, più sicuri e sereni. Tra i miei clienti c’è ad esempio chi andava male a scuola ed è migliorato, c’è chi aveva problemi a relazionarsi e ora ha imparato a gestire queste debolezze. C’è chi non si apprezzava e adesso si rispetta di più. Non mi interessa lavorare nell’ottica un po’ banale di far perdere uno, due o tre chili. Gli obiettivi sono altri. E parlo chiaro: voglio arrivare ai risultati passando sì dalla fatica fisica ma anche, e forse soprattutto, dall’applicazione mentale. Che è garanzia di risultati duraturi».

E quale reazione ottiene dagli “allievi”?

«Ho clienti che rimangono con me per anni, genitori contenti del lavoro fatto con i figli, ragazze o ragazzi che hanno mollato il lavoro o la scuola e che in palestra hanno ritrovato l’energia, la voglia di affrontare altre sfide. Le soddisfazioni sono enormi per loro e per me».

Una sua definizione di sport?

«Lo sport è intensità e fisicità coniugate con la capacità di sopportare la sofferenza, di darsi stimoli nuovi quando non ce la fai più, di superare gli ostacoli che sembrano a prima vista troppo alti. Il corpo viaggia appunto con la testa. Uno non può fare a meno dell’altro».

Parliamo della sua transizione dalla vita di sportivo d’élite a quella di personal trainer e proprietario di una palestra. Come ha vissuto questo passaggio?

«Non è stato facile. A un certo punto mi sono chiesto: e ora cosa faccio? È una fase delicata che accumuna quasi tutti gli sportivi d’élite e che ci mette alla prova. Io ho avuto la fortuna di avere le persone giuste accanto a me, ho ricevuto i consigli giusti al momento giusto. Appena ho capito cosa volevo fare da grande, ho iniziato a studiare, ho preso il diploma di personal trainer a Milano e a scadenze regolari mi aggiorno, seguo corsi. Ci tengo a essere pronto: sarebbe alquanto stupido pensare di insegnare senza possedere le solide basi per farlo».

Cosa le è rimasto della sua vita passata, quella del ring, degli incontri, delle attenzioni mediatiche,?

«Non provo sentimenti come la malinconia o la nostalgia. Del Ruby pugile è rimasto il fatto che… sono stato un pugile, nel senso che il mio carattere e i miei valori arrivano da quell’esperienza lì. Ma è solo adesso, ad anni di distanza, che mi godo appieno quanto ho fatto: allora ero in una realtà in continuo movimento, ero un campione del mondo che non realizzava appieno cosa ciò significasse. Perché non ho continuato? Mentalmente ce l’avrei fatta senz’altro, però il mio fisico non me lo permetteva. Mai avrei continuato solo per fare cassetta o un po’ di rumore mediatico. Non sono un pagliaccio o una macchietta. Tra l’altro, una delle cose che apprezzo di più della mia attuale vita è che sono più tranquillo: certo, mi piaceva e mi piace essere avvicinato, parlare con la gente, ma preferisco vivere nell’anonimato senza stare al centro dell’attenzione. Io e il narcisismo non siamo molto amici».

Si occupa di salute in senso stretto e in senso lato: ma secondo lei cos’è la salute?

«La salute è equilibrio psico-fisico. Non è pesare tot ed essere alto tot, non è privarsi di tutto per perdere un chilo. Non deve essere pura sofferenza perché sarebbe un controsenso. La salute va di pari passo con l’equilibrio mentale. Non bisogna sentirsi in colpa perché si beve un bicchiere di vino, si deve lavorare per stare bene. Se mangi mezzo biscotto e l’altra metà la butti per paura di ingrassare e ti alleni come un matto sette volte alla settimana, be’ per me quella non è salute. Quando alleno cerco di trasmettere questa filosofia agli altri e se il messaggio non passa, be’ preferisco interrompere la collaborazione. Gli obiettivi danno un senso alla nostra vita e dobbiamo essere disposti a soffrire (con intelligenza!) per raggiungerli. O almeno dobbiamo provarci.

Che consigli possiamo dare a chi vorrebbe iniziare con uno sport senza averne mai praticato prima?

«Prima di tutto… calma. Chi non ha mai fatto nulla deve avere la totale consapevolezza che la sua testa non è pronta per un cambiamento troppo violento. Con lo sport bisogna iniziare gradualmente e la stessa cosa vale per la dieta. Chi parte a mille all’ora rischia di perdersi per strada, è uno stress che spesso si rivela insopportabile. Il processo di crescita deve essere appunto graduale, lungo. Si parla non a caso di educazione alimentare, di stile di vita, di benessere generale». 

Quando qualcuno bussa alla sua porta, qual è la richiesta che le viene fatta?

«Da me vogliono imparare il pugilato o in generale gli sport di combattimento. È altresì chiaro che la tonificazione è per molti (donne e uomini) l’obiettivo numero uno. L’invito che faccio è sempre il solito: ponetevi obiettivi realistici, abbiate rispetto dei ruoli delle regole e abbiate una dedizione assoluta. Questo vale tanto per lo sportivo d’élite quanto per lo sportivo amatoriale. Sono regole universali».

Lei come si tiene in forma?

«Posso vivere di rendita, ne ho fatti di esercizi e di allenamenti… Ora sto attento all’alimentazione, seppur senza forzature. Sono poi anche condizionato da alcuni problemi fisici che mi impediscono di fare sport, di correre o boxare a certi ritmi. Comunque, ho trovato  dei compromessi che mi fanno stare bene mentalmente e fisicamente».

Come dicevamo, da qualche tempo è anche un imprenditore. Come si trova in quelle vesti?

«Sostanzialmente, sono sempre stato l’azienda di me stesso visto che ogni cosa, compresi i miei guadagni, dipendeva dalle mie prestazioni fisiche. Anche ora tutto deriva dalle mie capacità, da come mi preparo. La palestra è stata un’opportunità che ho colto con due persone che conosco: perché non fare il lavoro che mi piace in una palestra mia e non più in una palestra di altri? Ho giornate piuttosto piene, sono via spesso dalle 5.30 di mattina alle 8 di sera, però è una mia scelta e ne sono soddisfatto».

So che è anche impegnato con il Soccorso Operaio Svizzero. Di che cosa si tratta?

«Collaboro con loro su un mandato cantonale di 4 anni: mi occupo di gestire una squadra di calcio di migranti. Li porto nelle scuole per spiegare cosa c’è davvero dietro alla migrazione, ai barconi che arrivano in Europa. A questi ragazzi che giungono spaventati da noi, faccio conoscere il nostro territorio, la nostra cultura, mentre ai ticinesi racconto chi sono. Ovunque siamo stati ho ricevuto risposte gratificanti, il che è rallegrante. Ho notato che gli studenti rimangono affascinati dal sentire storie che nemmeno potevano immaginarsi. Credo sia essenziale allargare gli orizzonti delle giovani generazioni. Anche in questo contesto, poi, lo sport è una magia meravigliosa: è un linguaggio universale che unisce persone che forse non sarebbero mai state in grado di stabilire un reciproco contatto».

E del suo futuro cosa ci può dire?

«La famiglia e l’amicizia resteranno valori fondamentali, sono al primo posto da sempre. In futuro voglio avere una famiglia solida e rafforzare le mie amicizie; arrivare ai vertici dello sport è stato fenomenale, ma credo che ciò che davvero conti siano le gratificazioni nel privato. Con la mia ragazza sto vivendo momenti eccezionali, stiamo crescendo assieme, giorno dopo giorno. Lei mi ha aiutato tanto e continuerà a farlo. Sono passati i tempi dove pensavo anche troppo a tante cose: adesso sono focalizzato su obiettivi precisi».

Infine, una domanda anche sul movimento pugilistico cantonale. Tanto per restare in tema: qual è il suo stato di salute?

«Dico solo che è un peccato non avere qualcuno che funga ancora da traino, e mi ci metto pure io. Non è colpa di nessuno in particolare, magari sono io che non ho il tempo o la voglia di mettermi a disposizione oppure sono mancate le condizioni necessarie affinché ciò accadesse. Quando ho smesso io purtroppo il movimento ne ha risentito e sta in piedi grazie alla passione di alcune persone. In generale, non è però stata sfruttata l’onda della popolarità di cui ha goduto questo sport fino a qualche anno fa. Oltretutto manca un po’ la cultura del sacrificio: il pugilato è una disciplina molto, molto dura».