Il calcio… Tutti i bambini hanno almeno un pallone nella loro telecamera o nascosto in un angolo del garage. Mattia è cresciuto con una sfera di cuoio tra i piedi e il suo è un amore che dura da sempre.

«È lo stato del tutto naturale che mi appassionassi molto velocemente a questo sport, visto che ho due fratelli calciatori e che tra noi non si parla di pallone, parziali, campionato e campioni. Ho iniziato subito a tirare un pallone, prima con gli amici poi in una squadra. A 4 anni ero già nella Scuola del Calcio a Lugano e intorno ai 10 anni sono passati all’FC Lugano, dove ho svolto tutta la trafila dei giovani per arrivare, dopo una parentesi nel Team Ticino, in prima squadra. È stato come realizzare un sogno. Ho esordito a 18 anni. Sì, il calcio è con me da sempre, mi è sempre piaciuto e non ho le mani pensato di altre cose, anche se sono un tifoso abbastanza acceso dell’Hockey Club Lugano.Mi dicevano che ero bravo e questo ha senza dubbio influenza sulle mie scelte sportive».

Il sogno che si realizza, anni di speranze che si concretizzano, trasformare un gioco in una professione … Quando hai capito che ha fatto il calciatore?

«Forse proprio nel giorno del mio esordio, in quel Losanna-Lugano 0-4 di diversi anni fa. Durante la partita, mi sono ripetuto più volte che in campo ci potevo guardare anch’io, che dovevo giocarmi la mia occasione e che nulla era impossibile. Giocare tra e con i “grandi” era possibile! Sapevo di avere un po ‘di talento, ma è chiaro che la prova del fuoco è stata quella. È un bel ricordo! Io non ho mai avuto l’ossessione di diventare calciatore professionista, ho sempre interpretato il calcio per quello che è: un bellissimo gioco. Cerco di essere sempre felice ed entusiasta quando sono in campo, anche se a volte tanto semplice non è… Questo modo di pensare è riflesso in modo fedele nel mio stile di gioco».

È soddisfatto di quanto la sua carriera è riservato fino a oggi?

«Sostanzialmente sì: gioco nella squadra della mia città, ho disputato l’Europa League e un finale di Coppa, faccio quello che mi piace. Quindi però benissimo che potrei fare ancora di più, che comunque è ancora un problema di crescita e per questo lavoro duro ogni giorno, per migliorare là dove ho delle lacune. Senza lavoro e senza costanza, non si va da nessuna parte. Bisogna lavorare a livello tecnico e fisico, come a livello mentale, così da essere pronti ad affrontare anche i momenti meno belli».

Come gestire, allora, i periodi più o meno lunghi di difficoltà, le panchine, le sconfitte, gli infortuni?

«L’esperienza aiuta. Quando sei giovanissimo, ti senti quasi inccabile e immortale, pensi che niente e nessuno potrebbe fermarti. Poi, capita che ti faccia maschio oppure che attraversa un periodo negativo di forma e capisce che la strada non è sempre in discesa. Nel mio caso, i momenti più bui sono legati agli infortuni che ho avuto, il più grave alla caviglia. Sono rimasto fuori parecchi mesi ed è stata dura accettarlo. In me c’era rabbia, frustrazione e anche paura. Con l’aiuto dei medici, della mia famiglia e degli amici, ho però superato i difficili mesi e ora mi sento più forte.L’infortunio, descritto, la sconfitta dell’insegnamento tanto e l’accorgimento di uno sviluppo maggiore di quello che sei, sia come calciatore che soprattutto come uomo».

Parliamo un attimo di un allenatore che ha segnato la storia recente dei bianconeri: Zeman. Che tipo è?

«Una grande persona! All’apparenza, è un burbero, un silenzioso e invece con noi era molto simpatico. Lo era a suo modo, ovviamente. Mi ha fatto capire il significato della parola “fatica”, che il lavoro paga. Con lui si faticava da matti e le prime settimane sono state un incubo, però in campo volavamo».

Allenamenti su allenamenti: il calciatore si mantiene in forma con il lavoro quotidiano. Ma cosa succede lontano dal rettangolo di gioco?

«Personalmente, mangio il più sano possibile e il prendo del tempo da dedicare al riposo. Anche in questo caso, conta molto l’esperienza: dopo alcuni anni si acquisisce uno stile di vita che si adatta perfettamente alle proprie esigenze. Ogni giocatore è un caso a sé: c’è chi mangia per due e non ha problemi, c’è chi non può permettersi di sgarrare altrimenti la bilancia lo castiga. Ognuno sa cosa fare e cosa no, non abbiamo particolari indicazioni dal club».

Il tempo libero non manca: cosa fa quando non è un Cornaredo?

«Sto con la mia famiglia, mio ​​Dio ei miei due figli di 4 anni e 3 mesi. Li sto vedendo crescere giorno dopo giorno, sto con loro spesso, ci divertiamo assieme… Sono fortunato».

Molta acqua è già scivolata sotto i ponti, ci sono stati partiti belle e altre meno belle, ci sono ricordi che sono gioia pura e ricordi dolorosi. Il passato è però … passato. Guardiamo avanti, allora: obiettivi?

«Puntando in alto, mi fa piacere arrivare a giocare in uno dei quattro principali campionati in Europa (Germania, Italia, Inghilterra, Spagna). Difficile? Difficilissimo! Sarebbe però riduttivo non lavorare con obiettivi così consistenti. Vedremo. Ora sono a Lugano e qui sto davvero bene, non vedo il senso di giocare in un’altra squadra svizzera, anche perché la mia famiglia, i miei affetti, i miei amici e la mia storia sono qui. Cambierei se ne valesse veramente la pena. Invece, quando appenderò le scarpe al chiodo vorrei lavorare con i più giovani, nella formazione, così da trasmettere la mia passione per questo sport».

Ma Mattia Bottani non hai mai avuto una crisi? Non c’è mai stata la voglia di dire basta?

«Ebbene sì, c’è stata… Avevo 17 anni e giocavo nel Team Ticino. Giocavo poco, ero spesso infortunato, mi mancava la voglia di andare agli allenamenti. Insomma, non ero contento. Ho detto ai miei che volevo smettere. Poi, un giorno, ero al Lido, mi ha chiamato il responsabile del Team Ticino, Davide Morandi. Mi ha semplicemente detto di provare ancora ad allenarmi, di non mettermi pressioni e di vedere come sarebbe andata. Non così bene perché, ma appena ho ripreso a giocare mi è tornato l’entusiasmo che pensavo aver perso per sempre. Probabilmente, ho sentito le parole giuste al momento giusto. Ripensamenti».

Quali consigli osano un ragazzo che ambisce a diventare calciatore professionista?

«Nulla in particolare, se non credere sempre nelle sue possibilità, di non arrendersi alle prime difficoltà, e di impegnarsi al massimo ogni minuto di ogni allenamento e di ogni partita. Per “arrivare” ovviamente ovviamente avere talento, ma bisogna soprattutto usufruire di questa fortuna e non sprecarlo. Non è facile, nessuno regala nulla a nessuno, però si può fare. Quindi: forza e coraggio!».

 

Giotto Ghirlanda

Giotto Ghirlanda abita a Dino, ha 12 anni e una grande passione: il calcio. Ha iniziato a giocare quando aveva 5 anni, mettendoci sempre il massimo dell’impegno e inseguendo un obiettivo: migliorare ogni giorno per arrivare a… Ce lo dirà lui stesso. Attualmente, la maglia del FC Lugano».

Giotto, iniziamo la nostra chiacchierata dalla più classica delle domande introduttive: quando hai iniziato, e perché, a giocare a calcio?

«Ho iniziato quando avevo appena 5 anni perché fin da piccolissimo avevo un grande desiderio: giocare a calcio. I miei genitori mi hanno raccontato spesso che avevo sempre un pallone tra i piedi e che quando giocavo ero sempre contento, cosa che capita anche adesso che sono un po ‘più grande. Quello che faccio su un campo di calcio mi piace molto».

Qual è il tuo programma settimanale?

«Mi alleno il lunedì, il martedì, il mercoledì e il venerdì dalle 17 alle 19. Poi, al sabato abbiamo la partita di campionato e alla domenica a volte giochiamo un’amichevole».

Si tratta di un programma molto denso: come gestisci questi numerosi impegni sportivi e la scuola?

«Cerco di organizzarmi e di trovare il tempo giusto per poter svolgere bene le varie attività. Quando non ho allenamento o parti, faccio i compiti, studio per le verifiche e gioco ai videogiochi. Per ora non ho mai avuto problemi e porto avanti con profitto gli impegni scolastici e sportivi».

Cosa ti piace di più dello sport che hai scelto? E di meno?

«Ciò che più mi piace è il fatto che quando si vince si festeggia tutti insieme: quelli sono momenti molto importanti perché è lì che si crea il gruppo. Il nostro è uno sport di squadra dove tutti hanno un ruolo ben preciso e dove tutti devono sapere esattamente cosa fare e come farlo, e in velocità. Per ottenere una vittoria occorre che ogni cosa funzioni nel modo opportuno e che ogni giocatore in campo dia il massimo. Vale per noi che siamo ancora all’inizio del percorso, come per i professionisti affermati: salvo poche eccezioni, si vede tutto se si gioca di squadra. Invece, non mi piace tanto che non tutti sanno assumersi le proprie responsabilità e lo scaricano sugli altri senza pensare. Questa mette in difficoltà creata squadra».

C’è un modello di calciatore al quale ti ispiri? Come mai proprio lui?

«Mi ispiro a Messi perché gioco un po ‘come lui… ma con il destro! Mi piace tantissimo e riguardo alle sue giocate Lo ammiro. È un giocatore con tanta fantasia, imprevedibile e veloce. Ha dei colpi che nessun altro ha, è uno straordinario solista che però è messo anche al servizio della squadra. Ha vinto tantissimo eppure non smette mai di lavorare sodo, cercando sempre di vincere e di migliorare. Per me è il migliore. Oltretutto, è anche una persona molto umile, o almeno così lo giudico guardandolo alla televisione».

E tu che tipo di giocatore sei?

«Sono un giocatore tecnico, non ho molto fisico e gioco speciale per i miei compagni. Mi piace rendermi utile, fai il passaggio giusto al momento giusto e farmi trovare sempre pronto. Certo, se ne ho l’occasione tiro per segnare!».

Immagino che uno come te che mastica calcio tutti i giorni sia anche un tifoso. Ci puoi rivelare di quale squadra? E cosa significa per “tifare”?

«Sì, sono tifoso del Tottenham, una delle attuali migliori squadre inglesi. Seguo molto quel campionato, che reputo uno dei più spettacolari e interessanti. Tifare una squadra vuoi dire sostenerla anche quando perde, senza vergogna. Lo sport è così: a volte vinci ea volte perdi. Ma il vero tifoso non abbandona mai la propria squadra e cerca di sostenerla anche nei periodi meno belli. E quando si trova bisogna anche osservare sapientemente, senza esagerare e senza avere riscontrato inadeguati. Ogni tanto, purtroppo, i tifosi si lasciano andare un po ‘troppo, soprattutto quando la loro squadra perde, ma anche quando la loro squadra vince».

Infine, quali obiettivi ti sei posto, tu che sei ancora giovanissimo?

«Di obiettivi ne ho davvero tanti! Mi piacerebbe, ad esempio, giocare la Mondiale del 2026 perché la gioia più grande di un calciatore (o di uno sportivo in generale) la prova si vestendo la maglia della propria nazionale e rappresentando in giro per il mondo la propria patria, che per me è la Svizzera. Sarà difficile? No, sarà difficilissimo! Ma perché non crederci? Sarebbe un bel traguardo! Intanto, mi alleno con entusiasmo e serietà, poi si vedrà cosa succederà».