Nella sua lunga carriera politica lei ha sempre nutrito una costante preoccupazione nei confronti delle finanze ticinesi. Come giudica l’attuale stato finanziario del Cantone e quale interventi sarebbero, a suo giudizio, da introdurre?
«L’equilibrio dei conti pubblici è la premessa indispensabile di qualunque politica attiva da parte del Cantone. Senza conti in ordine si illude soltanto il Paese che sia possibile realizzare riforme che in realtà non lo sono. Oggi le finanze cantonali sono sulla via del rientro in equilibrio. Purtroppo questo obiettivo viene perseguito soprattutto con misure di aumento delle imposte e delle tasse: questo è negativo, perché sottrae risorse ai cittadini e alle imprese quando ad entrambi occorrono maggiori spazi di manovra per affrontare i problemi attuali. È quindi auspicabile un contenimento più incisivo delle uscite. A medio termine occorre anche ridurre il debito pubblico, perché la stagione dei bassi tassi di interesse non durerà all’infinito. Sarebbe molto appropriato infine, e proprio per questo, ripensare il freno ai disavanzi, abolire il moltiplicatore cantonale d’imposta e sostituire questo meccanismo con il freno alle spese e il referendum finanziario obbligatorio».
Il discorso sullo stato delle finanze si lega necessariamente alle prospettive dell’economia. Quali sono i principali problemi aperti e gli ambiti dove il Ticino può ancora crescere?
«Vedo un problema di fondo: la tendenza al ripiegamento, alle chiusure protezionistiche, al “primanostrismo” su tutto. Sembra incredibile, ma va ricordato ancora una volta: oggi, malauguratamente, l’arrivo di una nuova azienda o industria in Ticino è considerato una notizia negativa. Questo cambiamento di prospettiva può essere molto pericoloso a medio-lungo termine. L’economia ticinese ha una spiccata vocazione alle esportazioni: se ci chiudiamo, andiamo indietro, non avanti. I motori del presente e del futuro sono l’industria innovativa e internazionalizzata (pensiamo ad esempio al settore della moda o a quello della chimico-farmaceutica) e, nonostante le difficoltà e le pressioni, la piazza finanziaria. Poi c’è la filiera del turismo, con i diversi rami coinvolti. Anche questo richiede apertura e spirito innovativo».
Negli anni passati lei è stata una delle più tenaci sostenitrici della realizzazione del polo culturale luganese. A due anni dall’apertura del LAC i risultati sono all’altezza delle attese e quali restano i problemi aperti?
«La ringrazio per il giudizio positivo, ma è eccessivo: ho sostenuto e sostengo il LAC piuttosto da dietro le quinte. L’ho fatto e lo faccio perché è una delle realizzazioni più importanti per la città-polo, che deve ritrovare il suo ruolo di locomotiva economica. Una città con ambizioni non provinciali deve investire nell’industria culturale: offrire emozioni e conoscenza (l’arte e la cultura sono entrambe le cose) oggi è essenziale per essere concorrenziali in Europa e nel mondo in rapporto ai grandi flussi turistici internazionali. Ma anche e soprattutto per la crescita del Paese in sé, per le persone e le famiglie che risiedono in Ticino. Di qui la centralità del LAC».
Un altro campo in cui si è molto impegnata, anche in veste di presidente di Ticinomoda, è stato quello dello sviluppo di un distretto della moda, dell’abbigliamento e del tessile. A che punto siamo?
«Un solo dato: oggi il settore della moda in Ticino dà più o meno lo stesso gettito fiscale cantonale che era dato dalle banche negli anni d’oro. Quasi non occorrono altri commenti. La moda, che ha saputo reinventarsi negli anni passati, è veramente un motore dell’economia ticinese. Abbiamo qui marchi internazionali famosissimi. Abbiamo avviato progetti interessanti per la formazione di qualità nel campo della moda, in modo da favorire il radicamento di questa industria nel territorio e promuovere occasioni di lavoro anche per i residenti. Siamo sulla buona strada».
Nella sua vita politica ha rivestito sempre cariche di primo piano all’interno del Partito Liberale Radicale. Come giudica lo stato di saluto del suo raggruppamento e più in generale quali sono i problemi esistenti nel rapporto tra classe politica ticinese e cittadini?
«Più che nel partito, nelle istituzioni in rappresentanza dei valori e del metodo liberali radicali. La presidenza di Rocco Cattaneo ha saputo chiudere una troppo lunga stagione di tensioni interne al PLR, con scadimento della cultura politica e scarso rispetto delle persone. Cattaneo ha bloccato e invertito la tendenza alla perdita di consensi, anche se il PLR non ha raggiunto gli obiettivi di riconquistare il secondo seggio in Governo e la Città di Lugano. Al nuovo presidente spetta la difficile missione di completare quanto avviato dal suo predecessore. La sfiducia di una parte dei cittadini verso la classe politica è comune a molte democrazie, non è una prerogativa ticinese: un problema di ardua soluzione. Penso tuttavia che la coerenza, la capacità di proporre visioni profilate e di realizzare progetti vincenti siano le uniche risorse di cui il politico dispone per annullare il gap che si è creato tra lui e il cittadino sul piano della fiducia».
Lei è stata nel 1995 la prima donna eletta in Consiglio di Stato. Da allora come si è modificato il ruolo e il peso delle donne nella vita politica ticinese e svizzera?
«In Ticino non ci sono più donne in Governo e ce ne sono meno in Parlamento. Non aggiungo altro».
Avvocato, membro di vari consigli d’amministrazione, attivista politico, madre e altro ancora. Come riesce a conciliare tutti questi impegni?
«La ricetta è selezionare molto. Impegnarsi su troppi fronti non permette di dare il meglio. Concentrarsi su alcune priorità è pagante, per sé e per gli altri».
Quando non è impegnata in una di queste molteplici attività quali sono gli interessi e come trascorre il proprio tempo libero Marina Masoni?
«Leggere, ascoltare musica, fare giardinaggio. E naturalmente colloquiare in famiglia, anche del più e del meno. In questa società della comunicazione in rete rapidissima, spesso arrabbiata e rancorosa, dobbiamo riscoprire la gentilezza e la serenità della colloquialità quotidiana».
Da ultimo, che cosa non è ancora riuscita a realizzare e cosa vorrebbe portare a temine per rendere ancora migliore e più attrattiva la vita in Ticino?
«Che domanda impegnativa! Mi piacerebbe contribuire a riportare nel nostro magnifico cantone più positività e più ottimismo».