In Svizzera, il cammino verso la parità fra i sessi è stato segnato da pietre miliari quali l’introduzione a livello federale del diritto di voto e di eleggibilità per le donne nel 1971 e l’inserimento delle pari opportunità nella Costituzione federale nel 1981. Negli anni successivi è stata rivista tutta una serie di leggi riguardanti per esempio il diritto sul matrimonio (1988), il diritto sulle pene per reati a sfondo sessuale (1992), il diritto sul divorzio (2000) e il diritto dei cognomi (2013). Altri passi importanti verso la parità dei sessi sono stati l’adesione della Svizzera alla Convenzione delle Nazioni Unite sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti della donna (CEDAW, 1997), nonché l’introduzione per votazione popolare della soluzione dei termini per l’interruzione legale della gravidanza (2002) e delle indennità di perdita di guadagno in caso di maternità (2004). La legge sulla parità dei sessi, in vigore dal 1996, vieta le discriminazioni nella vita professionale e prevede misure volte ad agevolare le pari opportunità nel mondo del lavoro.
Tuttavia, permane un’ampia necessità di intervento nella parità di fatto. Le concezioni stereotipate dei ruoli si vanno affievolendo, tuttavia nell’economia, nel mondo scientifico, nell’amministrazione, nella politica e nella vita pubblica le donne non sono ancora rappresentate in misura paritaria e occupano posizioni sensibilmente meno influenti rispetto agli uomini. Per contro le donne continuano a svolgere la maggior parte del lavoro non retribuito all’interno dell’economia domestica e in seno alla famiglia. Anche in questo contesto si rendono necessari interventi legislativi capaci di creare le indispensabili condizioni quadro per la parità economica e sociale dei sessi.
Un esempio significativo della strada ancora da percorrere è dato dal mondo della politica. Poco più di cinquant’anni fa, il 7 febbraio 1971, gli uomini svizzeri votarono per permettere alle donne di avere voce in capitolo in politica. Le elezioni federali del 31 ottobre 1971 furono le prime in cui le donne furono autorizzate a partecipare come elettrici e candidate. Grazie a queste prime elezioni, undici donne entrarono in Consiglio nazionale (Camera del popolo), rappresentando il 5,5% del totale, e una sola donna fu eletta tra i 42 membri del Consiglio degli Stati (Camera dei Cantoni). Dopo quasi mezzo secolo, le ultime votazioni politiche federali dell’ottobre 2019 sono passate alla storia come “le elezioni delle donne”. Più donne che mai sono state elette nelle due camere del parlamento nazionale. In un confronto internazionale, la Svizzera con una percentuale del 41,5% di donne nel Consiglio nazionale, è collocata al 17° posto su 191 Paesi del mondo. Nel 2010, per la prima volta nella storia, per un breve periodo, le donne sono state in maggioranza nel Consiglio federale, il governo svizzero composto da sette persone.
A causa del sistema federalista, in cui molte funzioni sono svolte a livello locale, i parlamenti cantonali e comunali in Svizzera giocano un ruolo complessivamente importante. La tipica carriera politica inizia a livello locale: si comincia nel parlamento del proprio comune, ci si fa strada fino al parlamento cantonale, e se si fa un buon lavoro con un po’ di fortuna, si arriva sulla scena nazionale. La dimensione locale è quindi rilevante per l’apprendistato politico. Anche in Svizzera tuttavia sempre più carriere politiche iniziano con un impegno diretto, ad esempio nel settore dell’ambiente e del clima, o con proposte specifiche. In ogni caso, le donne sono proporzionalmente meglio rappresentate sulla scena nazionale che nei comuni e nei Cantoni. Anche la forza dei partiti gioca un ruolo importante a lungo termine rispetto all’aumento della rappresentanza femminile a livello locale.
Hanno partecipato all’inchiesta:
- Greta Gysin (G.G.), Partito dei Verdi, Membro del Consiglio Nazionale
- Nancy Lunghi (N.L.), Sinistra Unita (PS, PC, POP, FA, GISO e Ind.), Municipale di Locarno – Dicastero Socialità, Giovani e Cultura
- Alessandra Gianella (A.G.), Capogruppo PLRT in Gran Consiglio
- Sabrina Aldi (S.A.), Granconsigliera e Vicecapogruppo Lega dei Ticinesi (LEGA)
- Nathalie Tami (N.T.), Membro di direzione PS cantonale
- Lara Filippini (L.F.), Unione democratica di centro (UDC), Deputata in Gran Consiglio
- Morena Ferrari Gamba (M.F.G.), già Vicepresidente PLR
Quali sono state le principali tappe che hanno segnato il suo ingresso e il successivo percorso all’interno del mondo della politica?
G.G.: «La sensibilità ambientale viene dalla mia famiglia, da sempre attenta alle questioni legate all’ecologia; la voglia di tramutarla in azioni politiche concrete invece è dovuto al mio bisogno di impegnarmi per le cause e i principi in cui credo. Ho cominciato nel 2004 come consigliera comunale a Rovio, tre anni dopo sono state eletta in Gran Consiglio e nel 2019 sono riuscita a conquistare il primo seggio ecologista ticinese al Consiglio nazionale. Ho percorso insomma la classica scaletta legislativa».
N.L.: «Siccome i miei genitori si sono divorziati poco dopo la mia nascita, sono cresciuta soprattutto con una mamma sola, per di più di origine straniera e con un lavoro umile. Ho quindi potuto (dovuto) sperimentare sulla mia pelle tutta una serie di problematiche che mi hanno spinta a voler cambiare le cose e a lottare per una società più equa, solidale e sostenibile. Dopo il periodo degli studi universitari mi sono così avvicinata da un lato al Partito Socialista e dall’altro al Coordinamento donne della sinistra. I quali mi hanno subito accolta quale membro dei propri comitati, fino a convincermi a candidarmi, sostenendomi sempre con convinzione e con l’intento di portare una giovane donna all’interno degli esecutivi. Così prima a Oensigen e poi a Locarno sono stata eletta nei rispettivi Municipi».
A.G.: «Fin da piccola la politica è sempre stata presente anche in famiglia, più avanti mi sono avvicinata ai Giovani liberali radicali e ho iniziato così la mia attività politica. Tra le varie esperienze sono stata Presidente dei Giovani Liberali Radicali Locarnese e Valli, nel 2015 sono subentrata in Consiglio Comunale a Minusio e sono stata membro della Commissione della Gestione. Sempre nel 2015 sono stata eletta in Gran Consiglio, nel corso della prima legislatura sono stata attiva in tre commissioni: petizioni e ricorsi, commissione tributaria e commissione costituzione e diritti politici. Nel 2017 mi sono trasferita a Lugano, dopo aver avuto l’opportunità di seguire il programma Mentoring per i giovani del PLR Svizzero a livello nazionale qualche anno prima, sono stata promotrice del programma Mentoring nel PLRT qui in Ticino. Nel 2019 sono stata rieletta in Gran Consiglio per un secondo mandato, da fine 2019 ho assunto il ruolo di Capogruppo in Gran Consiglio, un ruolo molto stimolante e impegnativo che mi appassiona molto. Attualmente faccio parte della Commissione Gestione e finanze e di altre due sottocommissioni, oltre ad essere membro dell’ufficio presidenziale del Gran Consiglio».
S.A.: «Sono stata assente dal Ticino per studi universitari completati nel 2010, anno in cui ho fatto rientro nel nostro cantone. Ho lavorato dapprima in studio legale e successivamente in magistratura sino al 2015. Considerato proprio il mio ruolo in magistratura, pur seguendo da anni la politica, non ho mai avuto un ruolo attivo prima delle elezioni cantonali del 2015. In concomitanza con l’apertura del mio studio legale, sono stata eletta in Gran Consiglio e dal 2015 siedo in Parlamento per la Lega dei ticinesi. Sono attiva in diverse commissioni e da un anno ho assunto anche la carica di vicecapogruppo».
N.T.: «Mi sento parte del mondo della politica se il termine (di genere femminile!) è inteso nella sua accezione più ampia e nobile. Avere a cuore il bene comune è una sensazione che avverto da sempre, essendo cresciuta “a pan e politica”. La prima tappa del mio percorso politico avviene proprio nella mia famiglia d’origine, di stampo socialista: principi ferrei uniti a sognanti visioni di una società finalizzata a ridurre le diseguaglianze fra cittadini sul piano sociale, economico, giuridico. Seconda tappa l’acquisizione di una solida formazione, nel mio caso liceale e universitaria. Nessuna carica politica, bensì tempo investito nel personale sviluppo identitario/culturale/sociale, presupposto indispensabile per lo sviluppo di una solida visione politica. Da 6 anni sono membro di Direzione del Partito socialista cantonale. Prossima tappa? Sicuramente con la maglia rosa!»
L.F.: «Un primo assaggio della politica lo ebbi partecipando per due anni al progetto nazionale “Sessione dei Giovani”, divenendone poi coordinatrice per la Svizzera italiana, funzione che esercitai per 5 anni, fino al 2010. Fin da subito capii quale fosse la linea politica che più mi si addiceva e, nel 2007, aderii all’UDC rifondandone la sezione dei giovani che si era persa nel tempo. Sono orgogliosa nel constatare che la Giovani UDC Ticino, di cui sono stata in seguito nominata presidente onorario, è in continua evoluzione e conta oggi una settantina di membri. Sempre nel 2007 mi candidai per la prima volta al Gran Consiglio ottenendo, se non ricordo male, un 14° posto nella mia lista. Un risultato più che onorevole per una «rookie» di 24 anni. Nel 2011 fui battuta per un solo voto da Eros Mellini, ma sei mesi dopo subentrai a Pierre Rusconi che era nel frattempo stato eletto al Consiglio nazionale».
M.F.G.: «Ho iniziato molto presto, nel movimento giovanile e in seguito nel Partito Liberale Radicale Cantonale, nella sezione e nel comune di Breganzona e Lugano. Ho ricoperto la carica di Vicepresidente della sezione di Lugano e dal sono Presidente del Circolo Liberale di Cultura Carlo Battaglini e Consigliere Comunale a Lugano. Insomma, oltre trent’anni di attività difficili da riassumere in poche righe, ma soprattutto a contatto con persone e personalità di grande spessore del PLRT, e non solo, di cui oggi ne avremmo un grande bisogno. Tanti anni impegnativi, emozionanti e di risultati concreti».
In che misura e in che modo ha dovuto confrontarsi con la presenza di figure maschili all’interno dei partiti e delle istituzioni per riuscire ad affermare le sue idee e i suoi progetti?
G.G.: «Il mio partito è da sempre attento alle questioni di genere. In Consiglio nazionale nel gruppo dei verdi c’è una maggioranza femminile. Ad una presidente è subentrato un uomo, al Capogruppo una donna. Nei Verdi il problema davvero non si pone. La politica istituzionale purtroppo è però ancora un mondo denominato al maschile. In troppi consessi le donne non sono nemmeno rappresentate (in CdS, ad esempio!). E come donna a volte si fa fatica ad essere presa sul serio, a maggior ragione se si è nella fascia giovane del Parlamento, dove l’età media è ancora a 49 anni! Al Consiglio degli Stati ad esempio, le donne subiscono un vero e proprio mobbing. In altri consessi – tra cui anche il Gran Consiglio almeno ai tempi in cui vi sedevo – c’è un sessismo dilagante. Le battutine e i commenti inopportuni davvero non si contavano. Ci si abitua, purtroppo, ma mi chiedo: non sarebbe meglio per tutte e tutti finalmente superare questi inutili, antipatici e controproducenti retaggi del patriarcato?».
N.L.: «Soprattutto a livello istituzionale le figure maschili sono sempre state in maggioranza, come in maggioranza sono le altre aree partitiche, per cui chiaramente il dibattito e la discussione non sono mai mancati. Sono però convinta che le divergenze di veduta dipendano dalla sensibilità degli individui e non dal genere. Posso infatti senz’altro affermare che ci siano uomini particolarmente sensibili alle questioni di genere, come ci sono donne che non vogliono affrontare questa tematica e credono che le cose vadano bene così».
A.G.: «Sinceramente non mi sono mai posta questa domanda perché nel mio breve percorso politico non ho mai avuto l’impressione di essere trattata diversamente perché donna, anzi… ho sempre lavorato bene con tutti e cercato di imparare da chi ha più esperienza di me».
S.A.: «Devo dire che negli anni ho trovato sinergie e alleanze che mi hanno permesso di portare avanti i miei progetti e questo a prescindere dal genere. Sono convinta che se un progetto è valido trova i necessari consensi indipendentemente dal fatto che questo venga proposto da un uomo o da una donna. Tuttavia bisogna prendere atto del fatto che oggi le figure politiche di peso nel nostro Cantone sono in prevalenza maschili e quindi siamo ben lontani da una reale parità di rappresentanza. Pensiamo al Consiglio di Stato, integralmente maschile, ai presidenti di partito, o ancora ai rappresentanti ticinesi a Berna. È dunque inevitabile che una donna che si dedica alla politica attiva si interfaccia perlopiù con uomini. A mio avviso trovo che sia un peccato nella misura in cui può essere disincentivante per le donne lanciarsi in politica in quanto portate a crede ancora che sia un “mestiere da uomini”».
N.T.: «Poter affermare le proprie idee è un esercizio di fondamentale importanza per un essere umano. L’ho sempre vissuto come un faccia a faccia tra persone, aldilà dell’appartenenza di genere. Questo è il mio approccio, non mi concedo altro modo di pensare o interagire, né ho mai preso in considerazione l’idea che la parola di un uomo avesse un valore diverso da quella di una donna. Ho una figlia: vorrei che in lei albergasse la granitica consapevolezza della parità di genere, “i figli hanno bisogno di testimoni”, come sostiene M. Recalcati, occorre dare l’esempio».
L.F.: «Ho sempre e da subito avuto un ottimo rapporto con tutti i colleghi uomini (e anche con le colleghe, del resto) sia nell’ambito del partito, sia in quello parlamentare. Le mie idee e i miei progetti hanno avuto maggiore o minore successo in quanto ritenuti validi oppure no, ma mai a dipendenza del fatto che a proporli fossi io quale donna».
M.F.G.: «Confesso che non ho trovato all’apparenza difficoltà perché donna (forse altre potrebbero essere le ragioni). Posso dire che sin da giovane ho potuto essere ascoltata ed inserita nelle file del Partito. Dico in apparenza, perché alla prova dei fatti quando si è trattato di distribuire cariche importanti istituzionali poche erano le figure femminili ad averne accesso. Per esempio, nel partito liberale a livello cantonale non si è visto ancora una presidente donna. Oppure, ancora oggi vediamo un Consiglio di Stato tutto al maschile, seppur e per fortuna le quote femminili nei parlamenti svizzeri e locali siano decisamente migliorate. Si ha sempre l’impressione che fino alla porta d’entrata ci puoi arrivare, oltre iniziano le diffidenze e quindi l’accesso difficoltoso».
M.F.G.: «Confesso che non ho trovato all’apparenza difficoltà perché donna (forse altre potrebbero essere le ragioni). Posso dire che sin da giovane ho potuto essere ascoltata ed inserita nelle file del Partito. Dico in apparenza, perché alla prova dei fatti quando si è trattato di distribuire cariche importanti istituzionali poche erano le figure femminili ad averne accesso. Per esempio, nel partito liberale a livello cantonale non si è visto ancora una presidente donna. Oppure, ancora oggi vediamo un Consiglio di Stato tutto al maschile, seppur e per fortuna le quote femminili nei parlamenti svizzeri e locali siano decisamente migliorate. Si ha sempre l’impressione che fino alla porta d’entrata ci puoi arrivare, oltre iniziano le diffidenze e quindi l’accesso difficoltoso».
A suo giudizio, si può parlare di un approccio “femminile” al mondo della politica e di quali sensibilità ritiene di poter essere portatrice?
G.G.: «Una presenza equilibrata dei generi in ogni consesso – politico ma non solo – andrebbe a vantaggio di tutte e tutti. I vissuti, le sensibilità, i problemi e gli approcci sono diversi. Lo dimostrano anche i fatti: le aziende che prestano attenzione all’equilibrio di genere, con presenza di donne anche ai vertici, generano più profitti. Anche in politica le sensibilità divergono: le donne tendono a impegnarsi di più per le questioni ambientali e sociali, una tendenza che si osserva non solo in parlamento ma anche nelle analisi delle votazioni. Quindi sì, c’è un approccio di genere in ogni ambito, ed è un valore aggiunto per tutta la società averlo rappresentato in maniera equa in tutti i consessi. Affinché la differenza non sia più sinonimo, e fonte, di discriminazione».
N.L.: «Sono fortemente convinta che la sensibilità di un individuo non dipenda direttamente dal suo genere. Le diverse sensibilità nascono soprattutto dal contesto in cui si cresce. E in un mondo in cui donne e uomini, ancora oggi, vengono educati con aspettative, ruoli e caratteri diversi, le donne sviluppano quasi inevitabilmente delle sensibilità diverse rispetto a quelle degli uomini. Sensibilità, che però a mio modo di vedere sono positive e possono solo fare bene alla società tutta. Gentilezza, altruismo e rispetto del prossimo, sono alcune delle qualità che mi accomunano con molte donne e per le quali vado fiera».
A.G.: «Abbiamo delle sensibilità diverse e anche un approccio diverso nell’affrontare i temi, spesso siamo più pragmatiche. Sono molto soddisfatta del fatto che rispetto alla scorsa legislatura il PLRT abbia raddoppiato la sua rappresentanza femminile in Gran Consiglio, siamo passate da quattro a otto deputate. Spero che in futuro ci siano sempre più donne pronte a lanciarsi in politica, ma per farlo servono ulteriori passi avanti per conciliare la vita professionale e quella familiare, facilitando così la possibilità di ritagliarsi del tempo anche per l’attività politica».
S.A.: «In generale non bado molto alle questioni di genere. Anche dal punto di vista professionale opero in un campo, quello dell’avvocatura in ambito penale, dove spesso mi trovo maggiormente confrontata con colleghi uomini piuttosto che donne. Tuttavia, credo che, in politica come sul lavoro, su alcuni temi vi possa essere una sensibilità diversa e che sia corretto parlare di approccio “femminile”. Per quanto mi riguarda, soprattutto da quando sono madre di due bimbi, considero di essere particolarmente attenta ai tempi che riguardano la conciliabilità lavoro famiglia e mi impegno a portare la mia sensibilità anche tra i colleghi uomini del mio gruppo parlamentare. Credo che questo sia fondamentale perché il confronto, l’esporre il proprio vissuto portando alla luce problemi concreti che magari neppure si conoscevano, sia la base del confronto politico. Affinché ci sia però confronto è evidentemente necessario che tutte le sensibilità siano adeguatamente rappresentate, motivo per cui considero fondamentale la presenza di donne in politica a tutti i livelli».
N.T.: «Pur convinta di quanto asserito antecedentemente in merito alla necessità di portare avanti un discorso paritario in ogni ambito civile, non posso esimermi dal prendere atto dell’evidente disparità di genere ancora esistente nel mondo, anche della politica; soprattutto quando si tratta dell’assunzione di cariche ambite, in barba al principio di uguale possibilità di accesso alle opportunità. Tenendo conto di queste considerazioni, ecco il mio contributo femminile, fieramente femminile: sono attiva nell’ambito della formazione, perché “donne non si nasce, si diventa” per citare Simone de Beauvoir. Da brava maestra ritengo doveroso proporre sistematicamente una panoramica storica delle lotte, delle resistenze, delle conquiste in materia di parità. Si tratta di una pietra miliare del bagaglio culturale di ognuno. Testimonia di quanto la società, con i suoi usi e costumi, possa influenzare e portare avanti visioni e usanze retrogradi e denigranti; ricorda come a volte occorra lottare per concretizzare i propri ideali.
L.F.: «No, non ritengo che ci possa essere un «approccio» femminile o maschile alla politica. L’unico presupposto è la volontà di far bene. Ci sono dei problemi da risolvere e lo si fa a prescindere dal sesso. Se poi ad affrontarli in un certo modo piuttosto che in un altro ci sia una maggioranza di donne, dipende dal carattere di ognuna di loro – e di ognuno dei colleghi uomini che sul problema in questione hanno lo stesso atteggiamento. Infatti, normalmente le maggioranze in Gran Consiglio sono costituite da elementi di entrambi i sessi».
M.F.G.: «Ogni persona ha nel suo DNA un modo di affrontare la vita e questo vale per uomini e donne in quanto plasmati da anni di cultura, educazione, sviluppo sociale e abitudini ataviche che gli hanno imposto un modo di pensare e vivere, racchiuso in questa sintesi: l’uomo cacciatore, la donna angelo del focolare. Un modello secolare difficile da scardinare che si muta in consuetudini culturalmente legittimate e che, nei fatti, li ritroviamo nei modelli comportamentali che vedono perpetuata una serie di atti discriminatori, in particolare verso le donne. Per questa ragione possiamo affermare che l’atteggiamento femminile è completamente diverso da quello maschile. Abituate a dover sempre dimostrare di avere qualcosa in più degli uomini, a governare famiglia, figli, lavoro, le donne in politica portano con sè quell’approccio del tutto personale, idealista, ma anche più pragmatico, più concrete nella gestione della “cosa pubblica” e determinate nel realizzare gli obiettivi che si prefiggono. Una “sensibilità” di cui tutti debbono averne consapevolezza, uomini e donne, altrimenti il cambiamento non sarà mai sostanziale. Il cammino è ancora lungo».
In un periodo storico così complesso come quello che stiamo attualmente vivendo, sospeso tra crisi sanitarie e nei rapporti internazionali, quali sono i progetti e i valori, a livello locale e non solo, all’affermazione dei quali ritiene necessario dedicare tutto il proprio impegno?
G.G.: «La crisi che ancora viene sottovalutata, rimane quella ambientale: il cambiamento climatico e il declino della biodiversità minacciano seriamente la possibilità della vita su buona parte della terra, e ci porranno di fronte a problemi inimmaginabili. L’impegno di tutte e tutti dovrebbe ora essere quello di fare il possibile per ridurre drasticamente le emissioni e fermare la moria di specie per evitare il peggio. D’altra parte servono misure di adeguamento ai cambiamenti climatici: ad esempio più alberi nelle città per contrastare le alte temperature o una strategia cantonale di contenimento dei roghi boschivi. E bisogna investire nell’innovazione tecnologica sostenibile: ci sono enormi margini di sviluppo per trovare nuovi materiali e nuove strategie per l’efficienza energetica. In ogni modo la complessità del periodo attuale rende oltremodo evidente la necessità di pensare i problemi in modo globale: le varie crisi che dobbiamo affrontare – energetica, climatica, alimentare, migratoria, geopolitica – sono intrinsecamente legate tra loro. È solo pensandole insieme che potremo risolverle, perché la giustizia sociale e quella ambientale sono inscindibili. Il mio impegno è sempre stato e continua ad essere rivolto ad entrambe».
N.L.: «A qualsiasi livello, per me continua ad essere fondamentale la realizzazione di una società più equa, solidale e sostenibile: con più benessere, prospettive e qualità di vita per tutte/i, invece che per poche/i. Uno scopo che si può raggiungere grazie a una politica equa, tutelante, innovativa ed efficace, un’economia sociale e sostenibile e un’uguaglianza vera. Obiettivi questi che cerco di fare miei anche nella vita di tutti giorni, aiutando la società, prendendomi cura degli altri, apprezzando l’ambiente e rispettandolo e agendo attivamente per cambiare il mondo in un posto migliore per tutte/i».
A.G.: «Un tema molto importante che si è fatto strada in questi mesi di pandemia è sicuramente il disagio giovanile e l’accentuarsi di problematiche legate alla salute mentale delle persone. Le restrizioni hanno avuto un peso importante sulla vita di tutti noi e in molti casi hanno peggiorato delle situazioni personali già difficili. È un problema che dobbiamo affrontare, poiché prendersi cura della nostra psiche e di quella delle persone che ci sono vicine conta, tanto quanto prendersi cura del nostro fisico. Oltre a questo e a molti altri temi, ritengo che per il nostro Cantone sia fondamentale concentrarsi su progetti di sviluppo lungimiranti come, per esempio, la realizzazione di un ospedale universitario cantonale».
S.A.: «Credo che uno dei problemi principali che abbiamo oggi è quello legato al mondo del lavoro soprattutto nel settore terziario. I posti di lavoro sono in calo e le condizioni lavorative sono spesso insoddisfacenti con il rischio che i nostri giovani si trovino costretti a lasciare il Ticino. Dall’altro lato il numero di frontalieri è in costante aumento anche in settori dove non c’è carenza di manodopera indigena. Ritengo poi fondamentale che si facciano tutti gli sforzi necessari a creare le basi per attrarre nuove aziende e capitali e questo può essere fatto solo con una fiscalità attrattiva, la riduzione di burocrazia e lo snellimento di leggi che intralciano in maniera eccessiva la libertà economica».
N.T.: «Tre parole chiave: formazione-collettività-solidarietà. Formazione versus ignoranza: auspico che al termine della scuola dell’obbligo ogni persona sia dotata della capacità di ragionare. Compito dell’istituzione scolastica è dare ad ogni futuro cittadino gli strumenti necessari alla decodificazione dell’ambiente circostante: osservare con curiosità, documentarsi, sviluppare ed essere in grado di esporre un pensiero, confrontarsi con gli altri. Collettività versus individualismo: pur consapevoli della propria individualità, è essenziale sentirsi in maniera preponderante parte di un tutt’uno ove coesistono e si relazionano persone diverse. La recente emergenza sanitaria è l’esempio lampante di quanto il sentimento di appartenenza alla comunità unito alla volontà di agire per il bene della società intera siano determinanti in momenti critici. Solidarietà versus indifferenza: l’altro siamo noi. È ora di abbattere i muri delle differenze, portando civiltà in un momento in cui l’odio sembra distruggere qualsiasi forma di dialogo: è ancora possibile pensare al senso dello stare insieme. Senza confini!
L.F.: «Non credo che il Covid o, adesso, la guerra in Ucraina abbiano cambiato i problemi locali, semmai li hanno un po’ acuiti visto che la questione non è affatto nuova e i frontalieri continuano ad aumentare grazie alla sciagurata libera circolazione, non perché ci sia il Covid o la guerra. Inoltre, l’indebitamento del cantone ne esce evidentemente acuito con le spese eccezionali dovute alle misure anti-Covid, ma ciò esisteva prima ed esiste adesso. Quindi, il mio impegno è sempre sui vari problemi tuttora irrisolti, al di là della situazione internazionale contingente. Posso asserire però che in tutti questi anni ho effettuato parecchi interventi e redatto moltissimi rapporti sui temi più disparati in quanto sono stata membro di diverse commissioni. Questo mi ha certamente permesso, con un notevole impegno personale, di essere meno “settoriale” e avere una visione più ampia su diverse tematiche/problemi che toccano il nostro Cantone. In quest’ambito, sono particolarmente orgogliosa del fatto che il mio rapporto emerso dalla Commissione Costituzione e Leggi, redatto a mo’ di controprogetto, sul referendum finanziario obbligatorio sia stato accettato in votazione popolare».
M.F.G.: «La mia azione politica ha sempre messo al centro il pensiero liberale, un pensiero che sa coniugare interessi economici, culturali e sociali senza creare una società a due velocità. La situazione è difficile a livello mondiale ma anche locale. Purtroppo, spiace dirlo, molto è dato da livellamento culturale verso il basso, dove parole e valori sono sempre più svuotati del loro significato. In tutto questo la politica e i mezzi di informazione paiono sempre più smarriti, quando dovrebbero spingere su nuovi codici e una narrazione diversa dei fatti e dei commenti. Per questo, credo che si debba partire sempre da una politica culturale moderna. Quando parlo di Cultura non intendo solo i luoghi di produzione e di accesso alle arti in generale, ma anche il pensare al territorio, ai luoghi di formazione, ricerca e innovazione. Un terreno decisivo per lo sviluppo di un progetto culturale esiste già da tempo a livello Cantonale e sta crescendo: è quello delle Università e centri di ricerca pubblici e privati, come il Cardiocentro, lo IOSI, il Centro di Calcolo, per citarne alcuni. Eccellenze che per le quali la politica deve svolgere un ruolo di connettore e non di investitore, lasciando lo spazio al privato che lo sa fare. Se vogliamo essere attrattivi e mantenere una vocazione internazionale non si può prescindere da questo. Solo così riusciremo ad avere un’identità, un’attrattività e benessere per i cittadini e per chi viene da fuori».