Accanto ad un prestigioso percorso professionale, lei si è avvicinato anche al mondo della politica. Quali sono state le tappe e le motivazioni che lo hanno spinto a questa scelta?

«Ho iniziato ad interessarmi di politica appena ventenne (era il 1984) tra i ranghi del Partito popolare democratico di Gordola, entrando a far parte del Consiglio comunale dove sono rimasto per 12 anni. Nel 1995 sono stato eletto in Gran Consiglio e il 23 ottobre 2011 al Consiglio nazionale. Riconfermato in Parlamento nel 2015 sono membro della Commissione dei trasporti e delle telecomunicazioni e mi occupo intensamente di questioni di mobilità e di radiotelevisione. Dal 2012 sono presidente dello Swiss Shippers’ Council, dal 2015 dell’Associazione delle Industrie Ticinesi (AITI) e nel corso di quest’anno entrerò a far parte del comitato nazionale dell’Associazione imprenditori svizzeri.

Per me la politica è una palestra della passione temperata dalla storia e dal rispetto per le idee. Almeno così era un tempo. Dal mio punto di vista equivale a mettersi al servizio del bene comune. Taluni credono che perché sono un imprenditore io sia rappresentante di una minoranza élitaria. Invece appunto perché sono un imprenditore, dirigo un’azienda di famiglia, ritengo di rappresentare la maggioranza: come molti nostri concittadini vivo quotidianamente la fatica del far tornare i conti, ogni giorno ho l’assillo di dover raggiungere un certo numero di ordinazioni mensili, ottenere per la mia ditta il lavoro che alla fine del mese mi consente di versare i salari a oltre 130 famiglie. M’immedesimo ogni giorno nelle difficoltà dei miei impiegati, e come loro vivo la ruvidezza di un mercato sempre più competitivo. Non mi dispiacerebbe che chi critica gli imprenditori e l’economia facesse il medesimo sforzo di guardare la realtà dal mio punto di vista e dover decidere ogni giorno, non per sé stesso, ma per il bene dei collaboratori e delle famiglie che da loro dipendono».

 

Quali sono i punti principali del suo programma che intende portare avanti nella sua veste di Consigliere nazionale?

«Credo molto nel nostro Paese, nelle sue istituzioni e nel suo sistema giuridico ed economico. Da quando sono stato eletto a Berna ho la grande fortuna di viaggiare spesso attraverso la Svizzera e di scoprire con rinnovato stupore l’eccellenza che ci circonda. Storicamente siamo un popolo aperto verso l’esterno anche perché siamo troppo piccoli per vivere in una sorta di dorata autarchia come qualcuno vorrebbe far credere. La mia azione politica è volta a migliorare le condizioni quadro del nostro Paese, che evolvono in continuazione per tenere il passo con le mutevoli condizioni del mercato e trarre vantaggio dalle opportunità emergenti. Ciò comporta una grande varietà di sfide. Sul piano economico, la posizione strategica della Svizzera nel cuore dell’Europa offre diversi vantaggi per le aziende che devono adattarsi alle nuove realtà del mercato e una posizione geografica ideale, con un elevato standard di vita, servizi e infrastrutture – strade, ferrovie, trasporti in generale – ben sviluppati. Ma anche degli svantaggi legati alla concorrenza agguerrita di mercati che praticano condizioni salariali e di lavoro nettamente inferiori alle nostre. Per questo sono un fautore delle misure fiancheggiatrici a tutela del nostro mercato e delle nostre condizioni di lavoro, senza però scadere nel protezionismo. A Berna sono stato più volte relatore di progetti per il miglioramento della rete stradale, ferroviaria, aeroportuale. Ho difeso la riforma III delle imprese, e resto convinto che occorrerà adoperarsi subito per elaborare un nuovo progetto, accompagnato da misure sociali come proposto dal Cantone Ticino. Mantengo anche un occhio molto vigile sui temi degli appalti pubblici dove troppo spesso la Confederazione penalizza l’eccellenza dei materiali indigeni come il granito ticinese, a vantaggio di materiali di scarsa qualità perlopiù esteri».

 

Negli anni lei ha mostrato un costante interesse per il mondo delle PMI. Quali sono i problemi che affliggono il tessuto produttivo ticinese e quali soluzioni andrebbero adottate per favorirne lo sviluppo?

«Quale imprenditore a capo di un’azienda di famiglia il mio interesse per le PMI è naturale. Nel nostro cantone sono attive ca. 33’000 PMI che generano lavoro e ricchezza. Purtroppo troppe persone preferiscono soffermarsi sul sottobosco di casi di mala gestione, le classiche mele marce, perdendo di vista la superficie, fatta di imprenditori seri con una responsabilità sociali. Dobbiamo ricominciare a stupirci per le cose che facciamo. Abbiamo esempi di imprenditorialità dinamica, originale, creativa: giovani aziende che sono riuscite ad accaparrarsi brevetti europei di alta gamma, pluripremiate per la loro capacità di innovazione, che sono state capaci di entrare in produzione nel giro di tre anni. Abbiamo infine imprese piccole o grandi che siano, forti di robuste radici familiari, innovative, con una presenza sui territori d’origine e con una lungimirante attenzione ai mercati internazionali: le manifatture testimonial del miglior “made in Switzerland”, attive nella scienza della vita, della micromeccanica, della farmaceutica e della meccanica. Un esempio? Notizia di febbraio, Augusto Mitidieri, CEO di un’azienda farmaceutica ticinese (Sintetica SA) è stato premiato come “European CEO of the Year”. Ma se ne potrebbero citare altri. Nel settore industriale più tradizionale, stiamo reggendo la concorrenza estera nonostante la pressione sfiancante sui costi di produzione e in particolare sui salari. Non voglio scatenare la guerra della cifre sui tassi di disoccupazione, ma sono stupito per come le PMI ticinesi riescono a reggere tutta una serie di avversità esterne.

La nuova frontiera per le imprese? Sviluppo e qualità. Un obiettivo difficile ma possibile. Ricette per il futuro? Ancora una volta rimanere aperti, curiosi e anche coraggiosi. Vale per le giovani aziende, le start up, ma anche per le tradizionali». 

 

Lei si è occupato anche del sistema dei trasporti. Quali iniziative ritiene che sia necessario intraprendere in questo settore?

«La questione delle infrastrutture sono oggetto di una forte domanda sociale e rappresentano un tema politico d’eccellenza. La digitalizzazione e l’open data applicate ai servizi pubblici stanno modificando la nostra gestione dei trasporti, mutuandole da un’economia basata sull’offerta di servizi a un sistema governato dalla domanda da parte dell’utenza. Lo hanno capito le FFS che da qualche tempo propongono prezzi dei biglietti di treno modulati in funzione della domanda. Ma quella dei prezzi dei mezzi pubblici, per ora regolati dal finanziamento pubblico, non è l’unico tema. Per il Ticino il sistema dei trasporti subirà un nuovo sussulto nel 2020 con l’apertura della galleria di base del Ceneri che completerà l’asse di transito ferroviario nord-sud, anche se resta una grande incompiuta. AlpTransit dovrà essere ultimato con un suo raccordo a sud di Lugano, da inserire al più presto sull’agenda politica del Consiglio federale. Rimanendo nel capitolo delle incompiute, ricordo che inizieranno tra qualche anno i lavori per il completamento del tunnel autostradale del Gottardo, da realizzare entro il 2028, per il quale mi ero fortemente battuto. In futuro, occorrerà avere un’infrastruttura di rete, performante e sicura, magari completamente automatizzata, indispensabile allo sviluppo di nuove forme di vita e di lavoro sempre più mobili, nonché di servizi e di prodotti. Va da sé che un accesso libero e non discriminatorio a queste reti deve esser garantito».

 

Una sua grande passione è quella per l’hockey, in particolare per il Lugano, nei confronti del quale ha assunto di recente anche dirette responsabilità. Come è nato questo amore e cosa si attende da questa nuova esperienza?

«Anche lo sport è una componente importante della mia vita e a posteriori riesco a intuire quanto sia stato fondamentale per la mia crescita. Ho sempre praticato dello sport, ma soprattutto mi sono dedicato al calcio, tanto che ancora oggi – nonostante la non più verde età – faccio parte della squadra del FC Consiglio nazionale. Un’altra mia grande passione sportiva è stato il disco su ghiaccio ed in particolare l’HC Lugano di cui sono tifoso fin da ragazzo (e posso assicurare che a quei tempi nel locarnese non era facile…). Ho magnifici ricordi dei 7 titoli vinti e di altri momenti magici che questo magnifico sport sa regalare. Nel 2014 Vicky Mantegazza mi ha chiesto se ero disponibile ad entrare nel Consiglio di amministrazione della società, dove sono l’unico rappresentante del Sopraceneri. È stato per me un onore poter entrare a far parte dei vertici della mia squadra del cuore, anche se mi rendo conto che non è come gestire una normale azienda visto che il fattore emozionale e la passione giocano un ruolo molto importante».

 

Parliamo un poco della sua vita privata. Come trascorre il suo tempo libero e quali sono i suoi interessi quando non è assorbito da impegni politici o professionali?

«Non è un mistero che la mia grande passione, a cui dedico buona parte del mio poco tempo libero, è la caccia. In generale adoro comunque le attività all’aria aperta, come la pesca, le gite in montagna sia in estate che in inverno con le pelli di foca nel nostro magnifico Canton Ticino che offre opportunità incredibili. Appena ne ho la possibilità, poi, mi rifugio nel mio rustico in alta Valle Verzasca, dove ritrovo la tranquillità e ricarico le batterie per affrontare i miei numerosi impegni».

 

Da ultimo, che cosa sogna di realizzare per rendere il Ticino ancora più attrattivo ed ospitale?

«Anzitutto sogno che il Ticino ritrovi il suo sogno. Sembra un gioco di parole ma non lo è. Un paese senza sogni non ha futuro. Il sogno di credere nei propri mezzi e nel proprio potenziale, senza gettare anatemi su tutto quello che circonda. Il secondo sogno è di poter riconciliare questo cantone con il mondo imprenditoriale. E ci sono settori di opinione pubblica (e di attori istituzionali), e persino di giornalisti poco informati, che pensano agli imprenditori e ai manager come a personaggi attenti solo al profitto, spregiudicati, inclini a ogni compromesso e senza nessuna sensibilità sociale. È una dimensione da contrastare secondo il principio che vanno combattuti coloro che non rispettano le regole salariali e del lavoro, perché è distruttiva dell’economia, ma guai se pensassimo di stroncarla demonizzando chi fa impresa: la qualità della nostra vita e il nostro benessere dipendono dal livello di sviluppo e di tecnologia del Paese in cui viviamo. La sfida non è solo imprenditoriale, ma è anche culturale e sociale».