Lei è in politica ormai da quasi trent’anni. Come è nata questa vocazione e quali sono stati i primi passi della sua carriera pubblica?
«La passione per la politica è nata facendo il giornalista. All’inizio degli anni ’90 ho iniziato a collaborare con il Mattino della Domenica, quando facevo il giornalista free lance, e la redazione del domenicale era a Locarno sotto la direzione di Flavio Maspoli. Poi c’è stato il turbolento trasloco a Lugano in via Monte Boglia e un contatto più stretto con Giuliano Bignasca con il quale è nata una scintilla e per il quale ho iniziato a fare politica. Occorreva ridare un’impronta liberale a questo Cantone, sia nell’economia, sia nella socialità. Rimettere le persone al centro e ridare loro l’onere delle proprie responsabilità. Vivevamo in un Cantone dove i soliti partiti controllavano tutto e si spartivano tutto, non solo nel pubblico, ma soprattutto nel settore privato. Non è stato facile, ma alla fine ho capito che scrivere e denunciare ogni domenica non era sufficiente. Così nel 1992 mi sono messo a disposizione per le elezioni comunali di Lugano e sono stato eletto in Consiglio Comunale. Ed è stata un’esperienza incredibile: Marco Borradori e Giorgio Salvadè per la prima volta in Municipio, io capogruppo in Consiglio Comunale, noi la seconda forza politica, esperienza politica uguale a zero; PPD estromessi dall’esecutivo, PLRT non avevano più la maggioranza assoluta. È stato come imparare a nuotare buttandosi in acqua. Ma ho trovato persone squisite negli altri partiti che mi hanno insegnato, che hanno saputo accettare le scelte degli elettori e ci hanno permesso di crescere, pur rimanendo critici e sviluppando il dibattito politico».
Come si è andata trasformando in questo periodo la società ticinese e in qual modo il suo partito è riuscito ad adeguarsi a questi cambiamenti?
«La mia è una risposta soggettiva, viziata da dati oggettivi ed esperienza personale. Il Ticino è passato da essere un Cantone che dava lavoro ai propri cittadini grazie allo Stato, alle regie federali e alle Banche, ad un Cantone che sa confrontarsi a livello internazionale. Tutto questo ha destabilizzato la società, ma ci ha permesso di sopravvivere bene in una sistema globalizzato sempre più competitivo. Occorre dare atto agli imprenditori di questo. Come occorre dare atto alla politica degli ultimi anni di aver cercato di creare le condizioni per poter fare impresa in questo Cantone.
Dal 1995 quando sono stato eletto in Gran Consiglio, ogni volta che uscivo dalla galleria del Ceneri dicevo “sussidi”; oggi lo dico un po’ meno. Anche se la recente votazione sulla riforma fiscale, mi farebbe dire che non è cambiato nulla in questo Cantone, con il Sottoceneri che lavora e guarda al futuro e il Sopraceneri che pretende e riceve solo aiuti rimpiangendo un passato con non tornerà (vedi questione Officine di Bellinzona)».
Lei è alla guida di un dicastero strategico per lo sviluppo della città di Lugano. Quali sono i principali problemi che si è trovato ad affrontare?
«La risposta è ovvia: all’inizio il problema finanziario con deficit di gestione corrente da 50milioni (il 15% della cifra d’affari) e debiti per mille milioni in continua crescita. Poi, una volta rimessi più o meno in riga i conti, la scarsa capacità di guardare al futuro della politica. Siamo in un periodo di grandi e veloci cambiamenti sociali, culturali ed economici; occorrerebbe avere la capacità di guardare al futuro con visioni e lungimiranza. Purtroppo la maggioranza dei politici pensa unicamente alla prossima tornata elettorale (tra un anno per il Cantone, tra due per il Comune) e non ha tempo di pensare al futuro del Cantone e della città. Anzi, è anche peggio, non hanno neppure la curiosità di capire cosa succede nel resto de mondo, e continuano a misurare l’evoluzione della nostra città con i parametri dei quartieri e dei partiti. Questo è un problema, perché sul territorio ci sono grandi potenzialità, ci sono menti, persone, aziende, istituzioni che sanno guardare al futuro, che hanno potenzialità; ma che la politica non aiuta perché è autoreferenziale e invidiosa. Purtroppo l’invidia e la gelosia rischiano di distruggere questo Cantone».
Quale futuro vede per la Lugano del prossimo decennio?
«Vedrei un futuro brillante per Lugano e per il Cantone. Con qualche piccola modifica delle condizioni quadro potremmo davvero essere un motore di crescita sociale ed economica per tutta la Svizzera. Purtroppo la politica lo impedirà, perché incapace di costruire e fare accordi. E questo ci farà perdere occasioni e competenze».
Ha qualche rimpianto per un progetto che non è riuscito a realizzare?
«No, sinceramente sono contento per quanto ho fatto. Sono solo un po’ geloso dei giovani che entrano in politica oggi: loro hanno ampia libertà di sbagliare e dire cretinate; quando sono entrato io in politica ai giovani non davano neppure la libertà di parlare».
Come trascorre il suo tempo libero quando non è occupato in politica e quali sono i suoi interessi e passioni?
«Tempo libero? Due vacanze all’anno di 10 giorni e qualche week end senza impegni non sono un grande tempo libero. Però li passo dormendo e leggendo i libri che non riesco a leggere nel resto dell’anno».
Qual è il sogno nel cassetto che vorrebbe realizzato per Lugano e quale nella sua vita privata?
«Non ho un sogno per me, mi considero una persona fortunata. Per Lugano il mio sogno è quello di una classe politica capace di guardare al futuro dei cittadini, invece di rosicare e pensare al passato e al potere perso. Fare politica contro la città unicamente sperando di riconquistare il potere è veramente avvilente. Purtroppo qualcuno lo fa».