Una generazione con tante caratteristiche che la rendono unica, partendo dalla necessità di ricostruire dalle fondamenta vita, lavoro e identità dopo le crisi economiche che ha vissuto, nonché l’essere la prima a doversi occupare dei genitori anziani e l’ultima a poter andare in pensione abbastanza serenamente.

Piermichele Bernardo

Generalmente si sente parlare di diffuse preoccupazioni relative alle rendite cui avranno diritto. «Penso di poter affermare che non si tratti di una vera preoccupazione, ma piuttosto di un stereotipo, e che eventuali differenze non siano dovute al luogo di residenza, ma piuttosto dal campo di attività e dal fatto di aver iniziato o meno a contribuire alla previdenza fin dall’inizio della propria carriera lavorativa, ciò che non è avviene specialmente da parte di chi si è trasferito dall’estero», obietta Piermichele Bernardo, CEO e partner di Qualibroker Ticino SA. Per il suo collega di SwissLife Roberto Russi i fondi di previdenza al momento sono più che sicuri. «Le dirò di più: quelli della mia compagnia, Swisslife, lo sono maggiormente rispetto a qualche anno fa. La nostra previdenza, infatti, è (più) ben strutturata, è cresciuta negli anni».

Russi ritiene che il punto di partenza fondamentale per dare un nome alle proprie preoccupazioni sia una analisi della propria situazione finanziaria e previdenziale, per capire a che cosa si avrebbe diritto una volta in pensione (o anche prima in caso di malattia, invalidità o decesso) e come colmare eventuali lacune. «Offriamo, come Swisslife, soluzioni personalizzate in base alle esigenze di ognuno. La prima fascia per età di clienti che si rivolgono a noi sono le giovani famiglie, i concubini, i giovani in carriera, dai 25-30 anni sino ai 45-50, che desiderano pianificare come agire sulla previdenza. Il mio consiglio è di iniziare a pensarci il prima possibile. La seconda invece è rappresentata da chi sta per andare in pensione: non bisogna attendere il 64esimo anno per pensarci! A queste persone offriamo un prodotto di analisi, pianificazione pensionamento, che tiene in considerazione fattori come la previdenza, la liquidità, un ammortamento del mutuo ipotecario, degli aspetti fiscali, la garanzia di mantenimento della liquidità, eventuali costi di successione, la garanzia della continuità del sostentamento di eventuali eredi. Dico sempre che la nostra analisi è come un check up medico, che tiene conto di vari fattori per trovare la soluzione migliore: essa poi è sempre un mix tra fattore emozionale e tecnico».

Roberto Russi

Entrambi concordano sul fatto che nella maggior parte dei casi i 55-65enni possono dormire sonni relativamente tranquilli. «Fatta eccezione per vicende che possono aver influenzato la realtà del singolo, come prelievi per accesso alla proprietà privata, divorzio o altro, il capitale accumulato da parte di chi ha potuto contribuire fin dall’inizio alla cassa pensione (la LPP è entrata in vigore nel 1985),  dovrebbe permettere di raggiungere l’obiettivo che si era prefissato il legislatore, ossia di avere a disposizione da pensionato, tra AVS e cassa pensione, un 60% dell’ultimo reddito, se questo non ha avuto importanti aumenti nel corso degli anni. Mi sembra opportuno sottolineare che per quanto attiene alla cassa pensione, almeno nella soluzione che permette di prelevare il capitale, non dovrebbe influenzare negativamente le generazioni dei più giovani  in quanto  i capitali a disposizione sono stati accumulati e sono di proprietà del singolo assicurato, diversamente della opzione rendita vitalizia, la cui durata rimane chiaramente un’incognita per chi deve garantirla e/o finanziarla in considerazione del continuo aumento dell’aspettativa di vita», spiega infatti Bernardo. Dal punto di vista tecnico, per quel che riguarda le pensioni la preoccupazione può venire dalla possibile riduzione dei tassi di conversione: dato che la speranza di vita è aumentata, un anziano riceverà mensilmente una quota inferiore del capitale versato, per farlo durare più a lungo.

Della stessa opinione è anche Sandro Cattacin, professore ordinario di sociologia dell’Università di Ginevra dove dirige l’Istituto di Ricerche Sociologiche. «Sicuramente sono l’ultima generazione che, grazie alla cassa pensione ed anche agli aiuti complementari, può andare in pensione serenamente, forte anche di una situazione finanziaria generale migliore di quella della fasce più giovami di popolazione».

Al di là delle preoccupazioni finanziarie, come viene vissuta l’uscita dal mondo? «Premetto che a mio avviso si tratta di un passaggio troppo brutale. Il comune di Vernier, nel canton Ginevra, per esempio, organizza ogni anno una festa dei pensionati a cui partecipano tutti i neo pensionati, trovo sia qualcosa di estremamente positivo: sono presenti anche associazioni che illustrano le attività possibili nel tempo libero e i servizi cantonali che spiegano di che aiuti si può usufruire. Detto ciò, ci sono piccoli imprenditori e liberi professionisti che, un po’ perché amano quello che fanno e un po’ perché non hanno versato contributi sufficienti a poter vivere senza problemi, non smettono mai di lavorare. I dipendenti invece non vedono l’ora di lasciare il lavoro, in una economia che sovente è alienante perché chiede tanto e dà poco in termini di soddisfazioni».

Sandro Cattacin

Se è vero che il fenomeno delle great dimission e la voglia di riappropriarsi della qualità di vita oltre il lavoro tocca soprattutto i giovani, nemmeno quelli compresi nella fascia considerata, secondo Cattacin, ne sono esenti. «Non si identificano più solamente con la loro professione, anche per questione di autodifesa: non esistono più le aziende familiari o un posto per tutta la vita, si cambiano anche diversi mestieri non sempre poi definibili con chiarezza. Il proprio senso viene cercato dunque al di fuori, tanto che sovente quando qualcuno si presenta lo fa parlando dei propri hobby. Per questa generazione sono importanti e non vedono l’ora di avere tempo libero per potervisi dedicare».

Non è un caso, cita ancora, che se negli anni ’80 chi prestava volontariato aveva prevalentemente attorno ai 40 anni, ora prevalgano i 50-60enni sino ai 70. «Sono persone che quando vanno in pensione hanno davanti ancora una ventina di anni, di cui una quindicina in buona salute. E sono delle risorse, perché i giovani non pianificano, anche a causa delle mutate circostanze, la loro vita oltre i due anni, mentre loro possono farlo, garantendo di prestare un’opera di volontariato, come per esempio la gestione di un progetto, per un paio di decenni».

Quelle citati da Russi e Bernardo sono casi di persone che hanno potuto pensare a un piano previdenziale perché hanno una situazione economica che glielo permette. Purtroppo come sempre c’è anche chi già durante gli anni lavorativi fatica a arrivare a fine mese, per cui non rientra nel target di clienti delle compagnie assicurative in materia di previdenza. Per loro, emigrare può essere una soluzione? Russi cita, più che la decisione di scegliere lidi come Portogallo o Spagna, quella di optare per Cantoni con aliquote fiscali più favorevoli, come Grigioni o Uri. Chi va all’estero e si rivolge ai consulenti previdenziali per capire come usare i propri capitali lo fa per scelta di vita, non per questioni economiche, sottolinea anche il collega Bernardo. E Cattacin fa notare come spesso attorno ai 60-65 anni qualche straniero decida di lasciare il Ticino per tornare nei paesi di origine (anche per andare ad accudire i genitori ormai anziani), salvo poi rientrare sull’ottantina, per usufruire delle nostre strutture sanitarie. I dati fornitici dall’Ufficio Cantonale di Statistica parlano, nel 2021, di 508 partenze di persone tra i 75 e i 99 anni verso l’estero e 272 verso altri cantoni. Dal ritratto, emerge dunque una generazione che nonostante dubbi e preoccupazioni può sorridere.