Fabrizio Renzi ha lavorato per 30 anni in IBM favorendo i collegamenti fra l’Italia e il resto del mondo. È entrato in IBM nel 1990, per svolgere ricerca come ingegnere biomedico ed elettronico fra l’Italia e i laboratori di ricerca di Austin, Texas e Yorktown, New York. Ha poi lavorato nella creazione prima e nella gestione poi di tutti i team tecnici di innovazione e ricerca per i paesi emergenti Russia, Europa dell’Est, Medio Oriente e Africa. Nei periodi che ha trascorso in Italia, fra le sue esperienze internazionali, ha svolto con responsabilità crescenti il ruolo di Direttore Tecnologia Innovazione e Ricerca per IBM. Dal 2017 si è occupato in particolare di open business innovation connettendo imprese startup ai laboratori di ricerca nel mondo IBM e non. Da Novembre 2019 ha compiuto un ulteriore passo in tal senso, in sinergia con IBM e alcuni suoi importanti clienti e partner, sta aprendo delle società in Italia, Israele, USA, Polonia, Croazia e Cina.
Quali sono i motivi che l’hanno spinta a entrare nel Swiss Institute for Disruptive Innovation -Sidi-?
«Sono molto interessato a tutto ciò che ha a che fare con la tecnologia. Quello che però mi appassiona veramente sono le innovazioni dirompenti, che hanno il potenziale per distruggere o creare un nuovo mercato e innescare un cambiamento irreversibile. Sono entrato in contatto con il Sidi attraverso il presidente, prof. Andrea Basso, uno scienziato di grande caratura con cui collaboro da anni. Ho poi conosciuto il direttore, Pietro Veragouth, con il quale c’è stata un’intesa assoluta fin dal primo incontro. È una persona con una dote non comune che apprezzo molto in chi si occupa di scienza e innovazione, ovvero riuscire ad approcciarsi in modo del tutto non convenzionale alle cose, scovando collegamenti inaspettati che gli permettono di trovare soluzioni originali e brillanti. Ho avuto modo di lavorare anche con Igor Ciminelli, responsabile marketing, e mi sono reso conto di quanto anche l’innovazione in questo settore abbia fatto passi da gigante. La comunicazione e il marketing sono probabilmente il più grande tallone d’Achille di chi si occupa d’innovazione. Ho conosciuto anche il resto del team e mi contagia l’entusiasmo e l’energia che sprigiona. Credo fortemente nel potenziale dell’istituto, nel suo approccio e negli obiettivi che persegue. I temi trattati sono quanto di più innovativo esista al momento. Poi c’è Manno 2.0 che, dal punto di vista del territorio, è un progetto assolutamente lungimirante».
Manno 2.0 è un progetto per il rilancio del territorio, come si differenza dagli altri?
«La Svizzera è una meta molto interessante per chi si occupa d’innovazione, tuttavia (come milanese posso dirlo), il Ticino non compare tra le aree d’attrazione. Tutto fa riferimento ai cantoni d’oltralpe. Questo però non è per forza un fattore negativo, anzi, significa che in Ticino c’è ancora un enorme potenziale inespresso da cui è possibile ottenere risultati anche sorprendenti. Inoltre il focus sulle tecnologie dirompenti caratterizza fortemente il progetto, lo differenzia da altre proposte simili e lo rende unico nel panorama Europeo e probabilmente globale».
La sua specializzazione è “Research & Business management in ambiente multiculturale”…
«Negli anni mi sono reso conto di quanto mettere insieme culture diverse generi una grande ricchezza di spunti e di idee, per cui ho sempre dedicato il mio tempo a favorire questo processo generatore di business e innovazione nella ricerca e intendo mettere la mia esperienza e competenza al servizio del territorio ticinese».
Quanto e in che modo la multiculturalità è un valore aggiunto nella ricerca?
«Sono convinto che le competenze funzionino meglio nel mondo della ricerca se provengono da diverse culture. Ciò è importante perché è dal pensiero laterale che molte innovazioni vengono generate, non a caso la popolazione nei laboratori di ricerca è necessariamente interculturale. Lo posso confermare per esperienza diretta: ho passato molti anni sia negli Stati Uniti sia in altri paesi europei, inclusa la Svizzera, sia nei Paesi emergenti, dalla Russia all’Europa dell’Est, dal Medio Oriente all’Africa, e mi sono reso conto di come l’incrocio tra culture e modi di pensare diversi generi valore. È un processo positivo che merita di essere stimolato».
In che modo ha esercitato il suo ruolo in questi anni?
«Con un rapporto bidirezionale: da una parte, concentriamo buona parte dei nostri investimenti in ricerca e sviluppo nei laboratori posti nelle varie parti del mondo. Dall’altra, spesso accompagno dall’Italia i nostri clienti, grandi ospedali, compagnie assicurative, banche, industrie, società di servizi e tantissime piccole e medie imprese che sono il cuore dell’economia italiana. Questi tour sono però allo stesso tempo occasioni di uno scambio in senso opposto: anche i clienti portano le loro idee nel contesto dei nostri laboratori, così la ricerca diventa co-creazione».
Torniamo al tema dominante, cosa s’intende per tecnologie dirompenti?
«Si può considerare dirompente una tecnologia che consente di risolvere problemi che le tecnologie comunemente in uso non sono in grado di risolvere, facendolo inoltre in modo non solo nuovo, ma anche più efficace e molto meno costoso».
Ci fa qualche esempio?
«Posso farne tanti di esempi, è più importante però, a mio avviso, imparare a riconoscerle. Perché le tecnologie dirompenti non sono una semplice lista di nomi tipicamente inglesi che è bello aggiungere alla propria descrizione aziendale o al proprio curriculum. Evidentemente anche la ruota era una tecnologia dirompente a suo tempo o l’invenzione della stampa. Oggi giorno la quantità di tecnologie dirompenti o candidate tali sono molte di più’. Internet, proprio in questi giorni ricorrono i 50 anni, è una classica tecnologia dirompente. Quando è stata inventata, nemmeno i ricercatori stessi avevano idea dell’impatto che avrebbe avuto nella vita di tutti. Oggi ci sono altre innovazioni candidate ad essere dirompenti. L’intelligenza artificiale, ad esempio, che trasformerà il ruolo dei computer da semplici macchine in grado di gestire grandi moli di dati a operatori che ci aiuteranno a prendere (o prenderanno) decisioni. Ci sono poi le tecnologie che potrebbero trasformare il modo con cui ci relazioniamo alla realtà, anzi di farci vivere più realtà contemporaneamente come l’Augmented Reality o la Virtual Reality. La robotica, la stampa 3D, la blockchain o l’informatica quantistica. Potrei andare avanti a lungo nell’elenco».
Internet delle cose (in inglese, IoT) è un neologismo che si riferisce all’estensione di Internet al mondo degli oggetti e dei luoghi. Qual è per lei il significato di questa formula?
«L’IoT, internet delle cose, è un’area di sviluppo strategico. Ad esempio, un’azienda come IBM, a livello globale, investe 3 miliardi di dollari su questa area, la metà di quanto ogni anno spende in ricerca e sviluppo. In particolare, mi sto focalizzando sull’applicazione delle nuove tecnologie IoT nella sanità: la chiamiamo Internet of Body, si tratta di applicazioni di tecnologie wereable per i pazienti. In questo campo assistiamo e assisteremo sempre di più a progressi incredibili. Oggi l’80% della spesa sanitaria serve a pagare i medici e le strutture e solo il 20% per migliorare l’efficacia delle terapie sulle persone. L’efficacia delle terapie dipende per il 50% dai nostri comportamenti, dagli stili di vita».
In che modo la tecnologia può aiutare a migliorarli?
«L’approccio behavioural, comportamentale, consente di cambiare il paradigma. Una serie di sensori applicati sull’uomo ne monitorano i comportamenti ogni istante. Il medico assume un nuovo ruolo nel monitorare i comportamenti e come questi influiscono sugli indicatori della salute della persona. Su questo fronte lavoriamo a progetti importanti, sviluppati anche in collaborazione con grosse aziende ospedaliere italiane».
Ci sono tecnologie dirompenti più dirompenti di altre?
«Non c’è, a mio avviso, una tecnologia dirompente più dirompente delle altre ma lo sviluppo di un’azienda e di un modello di business dipende sempre più dalla capacità di mettere assieme più tecnologie dirompenti e non. Io chiamo questo Nexus, o “mettere assieme” come diceva Gartner qualche anno fa. Come in una ricetta culinaria, occorre sempre combinare più tecnologie e approcci contemporaneamente, nelle giuste dosi, per ottenere il piatto ideale. Si parla, nell’ultimo periodo di Intelligenza Artificiale, ad esempio. Conviene chiedersi: è questa la tecnologia più dirompente delle altre? L’intelligenza Artificiale è un po’ come il prezzemolo che va bene con tutto. Benché analisti ed osservatori siano concordi nel dire che questa tecnologia rivoluzionerà e sta rivoluzionando in alcuni campi la nostra vita sono poi relativamente pochi gli ambiti dove si riscontra un ritorno di investimento significativo. Questa apparente lentezza è anche dovuta all’assenza di conoscenza, pratica, di competenze in grado di valorizzare l’intelligenza artificiale di concerto con altre tecnologie per trasformarla nel vero senso della parola in un modello di business. Durate la mia lunga carriera in una corporation con IBM e guidando divisioni importanti come quella della ricerca ed innovazione tecnologica ho avuto modo di vedere tantissime tecnologie dirompenti, dirompenti rispetto ad un particolare momento storico. Alcune sono avanzate, altre si sono trasformate, alcune sono anche cadute in disuso. L’approccio che ho avuto sempre di non fidarsi del buzz ma di approfondire e sperimentare. Solo così è possibile giudicare».