Questa premessa non è più giustificata. Nel nuovo ordine geopolitico mondiale, l’UE si ritrova infatti in una situazione di declino e strategicamente dipendente. La Svizzera ha interesse a ponderare bene le conseguenze di questo cambiamento di paragidma prima di approvare i nuovi accordi con l’UE che hanno implicazioni giuridico-istituzionali, ed economicamente strategiche.
In virtù della propria forza economico-commerciale e del proprio grande mercato, nell’era del multilateralismo regolato l’UE vagheggiava addirittura di diventare il terzo polo globale fra gli Stati Uniti e la Cina. Nell’era odierna della competizione geopolitica – militare, tecnologica, delle risorse energetiche e delle materie prime essenziali per la rivoluzione digitale – l’UE non può più vantare un’indipendenza strategica.
L’Europa è più che altro terra di conquista. Guardiamo ai dati. Nel 2024, l’UE ha importato quasi il 60% del proprio fabbisogno energetico. Per il petrolio la dipendenza extra-UE è del 90% e per il gas naturale dell’80%. Prima della guerra Russia-Ucraina, essa dipendeva da Mosca. Oggi è dipendente dal gas liquefatto degli Stati Uniti e da un Medioriente in guerra, ciò che per l’UE comporta interruzioni di forniture e picchi di prezzo che minano una produzione industriale europea già fragilizzata dalla forte concorrenza cinese.
Il fatto che la locomotiva tedesca abbia rinunciato all’energia nucleare rappresenta inoltre un vero e proprio hara-kiri. Sul fronte della sicurezza, aver appaltato per decenni la propria difesa agli Stati Uniti e alla NATO rende l’obiettivo di un’indipendenza militare europea un esercizio velleitario sia dal punto di vista dei tempi di attuazione, sia da quello finanziario e tecnologico. Negli ultimi cinque anni le importazioni europee di armi dagli USA sono triplicate. E non si tratta soltanto di equipaggiamenti militari in senso stretto ma di armi dotate di sistemi software tecnologicamente avanzati (e supportati dall’IA) per gestire il comando, i controlli satellitari spaziali e gli scudi antimissile, la logistica, per i quali dipende dagli USA.
Nel settore delle cosiddette materie prime critiche e terre rare, essenziali per la transizione digitale, l’UE è estremamente carente e alla mercé dell’estero, a cominciare dalla CINA. Bruxelles ha adottato due anni fa un Piano per ridurre la propria dipendenza nel campo delle terre rare ma in realtà si mostra inefficace. Per fare un esempio rivelatore, dopo aver replicato spavaldamente a Trump che la Groenlandia non si tocca, alcune settimane orsono si è fatta soffiare da un’azienda statunitense, la Critical metal corp, il controllo del più grande giacimento di terre rare di Tanbreez, nel Sud della Groenlandia.
Come si vede, nei settori chiave dell’attuale era della competizione geopolitica, l’Unione europea non dispone di gran lunga di un’indipendenza strategica. Per una costruzione politica sovranazionale, nata nel 1951 dalla CECA (l’ accordo sul carbone e l’acciaio, ovvero energia e materie prime), la situazione attuale non è un risultato particolarmente brillante. Tantopiù che l’UE è fortemente indebitata e a rischio recessione.
La Svizzera deve comunque tanto all’Unione europea. Molto del forte sviluppo economico del nostro Paese dipende dall’integrazione nel mercato unico europeo e dal valore aggiunto costituito da una manodopera europea essenziale per tutti i settori economici elvetici, dall’edilizia al turismo, dall’industria specializzata ai servizi e al terziario avanzato.
La Svizzera – parte integrante dell’Europa dal punto di vista geografico e commerciale – non sarebbe ai primi posti della ricerca e dell’innovazione a livello mondiale senza il contributo della libera circolazione e una collaborazione attiva con i centri di ricerca europei. Questi risultati sono stati ottenuti finora riuscendo a ridurre al minimo il prezzo politico della partecipazione al mercato unico. Fedele alla propria tradizione contrattualistica e liberoscambista, la Svizzera ha respinto sin qui Accordi di associazione (l’adesione all’UE e allo Spazio economico europeo) e anche un Accordo-quadro istituzionale che avrebbe comportato vincoli giuridico-istituzionali rilevanti.
La via dell’integrazione scelta dalla Confederazione è stata invece la conclusione di accordi bilaterali con la CEE e poi con l’UE: l’Accordo di libero scambio del 1972 sui prodotti industriali (pietra miliare che resta in vigore) e i Bilaterali I e II che coprono una serie di settori vitali per il Paese. L’UE non ha accettato di buon grado l’integrazione della Svizzera nel mercato unico europeo solo su base bilaterale, senza importanti vincoli istituzionali. Se ha accordato uno statuto particolare alla Svizzera – comunque dopo un Purgatorio durato dieci anni, a seguito del NO allo Spazio economico europeo nel 1992 – è solo perché la Confederazione aveva presentato, prima del voto sullo spazio economico, una domanda di adesione all’UE, ritirata formalmente soltanto nel 2016. E perché, in alternativa, il Parlamento e il Governo elvetico avevano deciso di esaminare la possibilità e la fattibilità di un Accordo-quadro istituzionale, discusso bilateralmente a partire dal 2010.
Durante questo lungo periodo, l’UE ha moltiplicato le pressioni sulla Svizzera affinché approvasse l’acquisizione automatica del diritto europeo e a partire dal 2014 ha posto un aut-aut alla Confederazione, che tuttavia ha accantonato il progetto di Accordo-quadro istituzionale a causa di divergenze di fondo che l’avrebbero affossato in votazione popolare.
Il nuovo accordo, che sarà sottoposto al voto popolare non prima della fine del 2027, è stato chiamato Bilaterali III, ma di fatto implica anche vincoli istituzionali come la ripresa dinamica del diritto europeo in nuovi settori sensibili o strategici (in primis la libera circolazione delle persone e l’approvvigionamento energetico) nei quali i margini di manovra della Svizzera potrebbero essere ridotti o messi a rischio (ad esempio le concessioni degli impianti idroelettrici e i diritti d’acqua di Cantoni e Comuni).
In un momento di grande incertezza, che vede l’Europa fortemente indebolita, strategicamente dipendente dall’estero e confrontata con la probabile necessità di rafforzare le proprie istituzioni comunitarie in senso più centralistico, la Svizzera deve valutare attentamente se è il momento giusto per estendere l’acquisizione delle regole giuridiche europee in settori vitali per il nostro Paese. Una cosa è tuttavia chiara. Ponderare bene la scelta ed eventualmente procrastinarla, non può significare stare con le mani in mano, pena l’indebolimento dei nostri punti di forza.
Al contrario, occorre investire ulteriormente nei campi dove la Confederazione eccelle: l’innovazione e il trasferimento della ricerca al tessuto economico. In particolare nei settori d’avanguardia, come ad esempio l’intelligenza artificiale, dove la Svizzera è già molto competitiva, e l’energia nucleare del futuro (da fissione e fusione), rompendo gli indugi degli ultimi quindici anni. Più saremo competitivi in settori d’avanguardia, più aumenterà la nostra forza contrattuale in Europa e nel nuovo contesto mondiale.



