Nasce ad Airolo, ma deve emigrare in Nuova Zelanda per fare della sua passione un lavoro. Sembra un paradosso… Com’è nata questa idea?
«Sono andato in Nuova Zelanda perché “solo” il nostro inverno non mi bastava più. Sentivo il bisogno di fare dello sci il mio lavoro unico. Non volevo più dividermi tra due lavori stagionali. Così ho iniziato a conoscere un mondo sciistico diverso rispetto alla Svizzera e al Ticino. L’ho scelta perché era il posto più lontano e perché avevo un contatto sui cui appoggiarmi. Dopo qualche fax mi hanno risposto da Mount Hutt, lì cercavano un allenatore per i giovani… e voilà, ho preso la palla al balzo e sono partito. Ho fatto tre anni, non completi: d’inverno ero qui, d’estate andavo giù».
Che realtà ha trovato lì?
«Ci sono belle stazioni, specie sull’Isola del Sud, sulla catena montuosa che si chiama Alpi, come le nostre. C’è molto turismo australiano, asiatico e americano, è cresciuto molto con il passare del tempo. Alla fine degli anni Novanta c’erano tre stazioni moderne e altre più piccole chiamate “club field” dove le piste non venivano nemmeno battute. Ora è un posto dove si va spesso ad allenarsi, dalle squadre nazionali ai settori giovanili».
Poi arriva la Spagna, dove lavora otto anni. Come è arrivata questa opportunità?
«Durante l’estate del 2000 allenavo un atleta neozelandese e condividevo gli allenamenti con dei giapponesi. Tra questi c’era un allenatore spagnolo, Jordi Pujol, che mi disse che in Spagna cercavano un allenatore per la squadra nazionale junior. Accettai subito e a fine settembre presi direttamente l’aereo per Madrid. Fu un’occasione unica, perché sono diventato allenatore professionista 365 giorni all’anno».
Che differenze ha trovato rispetto alla prima esperienza?
«In Spagna erano molto meno organizzati, c’erano varie problematiche. Dovetti gestire dalla A alla Z la squadra, questo mi ha permesso di farmi le ossa in un Paese che non conoscevo. Per due anni ho vagabondato per l’Europa con 7-8 ragazzi. Non insegnavo tanto la tecnica, ma più la cultura dello sci. Far conoscere la neve e l’inverno, è stata un’esperienza bellissima. Ancora oggi, a Saas-Fee, ho incontrato uno di quei giovani; ora fa l’allenatore in Svizzera e abbiamo ricordato quelle esperienze».
Allenare nello sci significa viaggiare molto, non le pesa mai non avere una “dimora fissa”?
«Sì è vero, ci si sposta molto, ma questo è il bello. Viaggiare per me significa poter scoprire nuove culture. È una cosa che mi riempie la vita. Sono uno dei pochi allenatori svizzeri ad aver allenato in giro per il mondo. È un arricchimento che va al di là del risultato sportivo. Poi ho avuto bisogno di un paio di anni di ‘detox’: ho fatto tre anni ad Airolo, come direttore degli Impianti, sono stati un po’ una necessità in questo senso, ma si è rivelata un’esperienza molto interessante perché mi ha permesso di migliorare nel management. Ora ho di nuovo la fiammella accesa per un’esperienza sportiva e per scoprire un nuovo Paese come la Slovacchia».
Un tempo passava l’estate all’alpe ad aiutare i contadini, riesce ancora a godersi la natura?
«Sì, passavo l’estate all’alpe dai contadini per guadagnare qualche franco. In questo modo potevo poi fare “sci” durante l’inverno. È uno stile di vita che adoro, stare nella natura, con gli animali. Sono dieci anni che d’estate ospito delle mucche della razza Eringer tramite Silvan Zurbriggen e la sua famiglia. Tutto è nato quando lo allenavo. Quest’anno ne ho cinque in Valle Bedretto e per me è sempre una cosa bellissima. È un hobby a cui tengo moltissimo».
La sua prima pupilla è stata probabilmente Contreras, poi ci sono state Gut, Maze e ora Vlhova. Se dovesse “creare” un atleta rubando una sola cosa a ognuna di queste, cosa prenderebbe da ciascuna di loro?
«Prenderei il mentale di Vlhova, Maze e Gut. Poi il fisico di Maze e Vlhova e soprattutto la voglia di emergere di Contreras. Sarebbe un bel mix esplosivo».
A proposito di Gut, il suo primo incontro è stato… con il nonno!
«Proprio così. Dopo le scuole obbligatorie, dato che amavo sciare, dovevo decidere se fare l’apprendista o il ginnasio. Lo zio di Lara era il mio allenatore al club, quindi gli chiesi se avessero un posto d’apprendista nella loro falegnameria. Così conobbi il nonno, parlava poco italiano, ma era un vero Signore. Era sempre vestito con i classici pantaloni e giacca da falegname, quelli a righe. Rispettava tantissimo il suo lavoro».
Un tempo Karl Freshener le aveva detto che per diventare allenatori sarebbero serviti 20 anni… lo conferma?
«L’allenatore è un mestiere che impari sul campo, con l’esperienza. Confermo che servono 20 anni, perché ancora oggi è importante per me imparare quotidianamente. Lui è stato un po’ il nostro faro, anche oggi a 80 anni ha gli occhi che brillano quando c’è da condividere qualcosa su questo mondo».
Capitolo Vlhova: è arrivato l’oro olimpico, punto d’arrivo o punto intermedio per la sua carriera?
«Sicuramente intermedio. Diciamo che è finito un ciclo, con il raggiungimento di questa medaglia tanto sognata. Ora c’è una Petra 2.0, pensiamo alle Olimpiadi del 2026. Nei prossimi quattro anni potrà divertirsi di più, credo che possa vivere quelle emozioni che non ha sempre potuto esprimere».
L’anno scorso la generale di Coppa del Mondo è finita a Mikaela Shiffrin, ci riproverete quest’anno?
«Prima delle Olimpiadi avevamo detto che la generale non ci interessava, avevamo programmato tutto per l’oro olimpico. La Coppa del mondo l’abbiamo sfruttata per arrivare in forma all’appuntamento. Avevamo anche detto che dopo i Giochi avremmo guardato la classifica… Petra era ancora vicina a Mikaela e quindi ci abbiamo provato. Sapevamo che sarebbe stato molto difficile, anche perché nel finale c’erano diverse gare veloci e noi non ci eravamo focalizzati molto su questo aspetto. Quest’anno ci sono i Mondiali, inoltre lei non è campionessa del mondo in slalom… quindi vorrebbe confermare l’oro olimpico. Poi c’è il capitolo riguardante il gigante: nel ranking mondiale è quarta, non è messa male. Ci dedicheremo più tempo quest’anno. Petra sa che ha nelle sue corde la coppetta in gigante, ci proveremo».
Un allenatore come lei pensa di poter restare a lungo con uno sciatore/sciatrice o dopo un po’ è giusto cambiare?
«Generalmente si ragiona su un ciclo olimpico, quindi 4-5 anni. La differenza la fa la motivazione dell’allenatore verso l’atleta e lo staff».
… e nel futuro di Mauro Pini cosa c’è?
«Non mi pongo ancora questa domanda, spero ci siano ancora tanti stimoli e tanta voglia da parte mia per vivere una vita del genere. Per me non è un lavoro, è una passione e finché c’è la fiammella…vado avanti».
Se non avesse fatto l’allenatore di sci, cosa avrebbe voluto fare?
«Mamma dice sempre che da piccolo volevo fare il camionista, lavoro che ho anche praticato per un paio di anni in giro per l’Europa. È forse la voglia di vedere e di scoprire il mondo che mi ha avvicinato a questa professione. Penso comunque che se non avessi fatto l’allenatore, avrei fatto qualcosa inerente alla montagna».