Ivano, il suo è stato un passato molto legato al basket giocato, sport che segue tuttora assiduamente: ci racconta i suoi inizi?
«Ho cominciato a 11 anni negli Juniores della Federale Lugano del mitico Gino Panzeri. Allora, giocavo sia a basket che a calcio nel Boglia di Cadro. Volevo seguire le orme di mio padre Sergio, che ho sempre ammirato. Così, nella stagione 1974/75, a 16 anni, ho esordito in serie A proprio a fianco del mio mito: mio papà. È stato un momento indimenticabile».
Cos’ha significato essere figlio di un vero e proprio monumento del basket svizzero (e non solo) quale è stato suo papà Sergio?
«Sicuramente è una grande soddisfazione e uno stimolo gigantesco, da una parte, ma anche una situazione non facile da gestire, dall’altra. Si è sempre giudicati e si è sempre paragonati al papà. Mi ricordo che un giornalista mi chiese cosa provavo ad essere il figlio di Sergio: gli risposi che mio padre era il numero uno e che non capivo perché il figlio dovesse per forza essere anche lui il numero uno. Ognuno ha la propria carriera. È stata una grande pressione, ma questo mi ha aiutato a diventare molto competitivo, forte di carattere, un vincente, un guerriero, a diventare consapevole che nessuno mi avrebbe regalato niente».
Cosa ha ereditato da lui a livello tecnico e caratteriale, parlando ovviamente sempre di basket e di sport?
«La “cattiveria” sportiva, il carattere, la grinta, la voglia di vincere, la passione, il sapere affrontare situazioni difficili, il lottare, la testardaggine, la voglia di riuscire».
La dinastia dei Dell’Acqua prosegue e ora sulla rampa di lancio c’è suo figlio, con cui parliamo a parte: che tipo di giocatore è che tipo di persona è?
«Per un papà è sempre difficile giudicare il proprio figlio e quindi, dapprima, mi rifaccio al giudizio espresso da un addetto ai lavori molto competente. Tecnicamente, Massimiliano è molto bravo, ha talento e classe, un grande tiro (nella scorsa stagione quando gli U17 hanno vinto il Campionato svizzero è stato il miglior tiratore da 3 punti di tutto il campionato), un’ottima visione di gioco, occhi veloci, buone mani. Può giocare sia da play che da guardia, capisce in anticipo quello che deve fare. È molto freddo, a volte glaciale, e questo lo aiuta a sopportare il non facile peso del “cognome” visto che è sempre sotto la lente d’ingrandimento. Come papà, non posso che dire che è un bravissimo ragazzo, che ama quello che fa. È anche un testone (chissà a chi assomiglia?), è bravo a scuola e bravo nello sport. Una cosa molto importante: è uno che lavora duro ogni giorno per migliorare, sia a scuola che sul parquet. La gente lo vede come un Dell’Acqua, ma è semplicemente un ragazzo che si diverte come tutti gli altri. Ha un grande pregio: dopo una sconfitta, una partita giocata male o una situazione particolare, ha la forza di affrontare la partita successiva in modo sereno. Questa qualità lo aiuterà molto. Sono un papà felice e fortunato».
Immagino che lei lo segua molto. Dove sta il limite che un genitore non deve superare nel sostenere un figlio nello sport? Che tipo di pressione non deve mettergli addosso? Lei come si comporta?
«Il limite sta nel rispetto, nell’educazione, nel sostenere la squadra e non solo il figlio: se fai queste tre cose è già un bel passo in avanti, diciamo che si è a buon punto. È sbagliato pensare che un figlio debba essere Jordan, Messi, Maradona, che debba essere il migliore in assoluto. Come mi comporto? Cerco di consigliarlo, cerco il dialogo, la comunicazione, gli sto vicino nei momenti delicati, lo sostengo. Gli spiego che nessuno gli regalerà niente e che le cose bisogna meritarsele. Gli dico di camminare sempre a testa alta e di non mollare mai perché un vincente trova sempre una soluzione, un perdente solo scuse».
Qual è il primo insegnamento che gli ha dato?
«Nella vita, il rispetto e l’educazione. Nello sport è… prendi il pallone, palleggia e tira a canestro, più la palla è tua amica più farà quello che tu vorrai. Più ti eserciti e meglio riuscirai, Gli dico sempre che chi sa fare canestro avrà una lunga strada: saper tirare, sapere segnare è un dono, il resto lo costruisci».
E che rapporti c’era invece con suo papà, con il quale, come ci ha raccontato, ha pure giocato?
«Con mio papà il rapporto è sempre stato fantastico: mi seguiva, aveva sempre una parola di conforto. Un grande papà che prendeva sempre informazioni da mamma Pia, che poi mi spifferava tutto. Le attenzioni di papà mi facevano un immenso piacere, mi rendeva orgoglioso. Se giocavo male si arrabbiava con… mia mamma. Mi ha sempre detto: “Caro Ivano, lo so che non sarà facile, ma se avrai successo il merito sarà solo tuo”. Giocare al suo fianco è stato fantastico, emozionante, impagabile, un ricordo che sempre conserverò nel mio cuore. Ancora adesso quando ci penso mi metto a piangere di gioia».
Perché lo sport è importante? E lo chiedo a un uomo che non più giovanissimo ne pratica ancora parecchio ogni giorno, o quasi.
«Lo sport è molto importante, forma il carattere, ti aiuta a lottare ad affrontare i momenti difficili, ti fa diventare un guerriero, un “never give up”. A 61 anni faccio sport ogni giorno, mi carico, mi sfogo, mi fa sentire un giovanotto, mi dà adrenalina, mi aiuta ad affrontare la vita con serenità e felicità. Un grande merito va alla mia bellissima famiglia (Aristela e Massimiliano) con cui condivido ogni momento e questo fa sì che io sia una persona felice e fortunata».
Come si gestisce la vittoria e come la sconfitta?
«La vittoria porta felicità, fa gioire, fa gruppo, ti fa allenare con il sorriso, aiuta ad affrontare serenamente la fatica. Si lavora molto meglio dopo una vittoria perché è più facile correggere quello che si è sbagliato. Le vittorie devono però aiutarti a crescere e non devono farti fermare, facendoti sentire appagato. Le sconfitte sono una fonte di riflessione: dove ho sbagliato, perché è andata male? Devono stimolarti a dare di più, a correggere quello che non si è fatto bene. Devono spingerti ad allenarti di più, con maggiore grinta e determinazione».
Cosa augura a suo figlio in ambito sportivo?
«Gli auguro salute, felicità e divertimento. Di avere una carriera che lo possa far sentire soddisfatto e orgoglioso, che gridi a mamma e papà “ce l’ho fatta!”. Che un giorno possa raccontare ai suoi figli i bellissimi momenti passati».
Pensando alla sua carriera, ha un rammarico, c’è qualcosa che poteva andare meglio?
«Rammarichi? No, non ne ho. Sono stati 20 anni intensi e pieni di soddisfazioni, indimenticabili. Ho dato tanto e ho ricevuto tanto. Mi sono sempre caricato sulle mie spalle le mie responsabilità. No, nessun pentimento».
Infine, cos’è oggi il basket per Ivano Dell’Acqua?
«Il basket per un Dell’Acqua è e sarà sempre passione, una storia infinita, un grande amore, la vita»