La Sicilia, la tua terra che porti sempre nel cuore, ti ha visto partire molto presto per dedicarti alla tua grande passione, il ciclismo…

«Avevo solo 15 anni e la mia scelta fu esclusivamente in ottica professionale in quanto avevo la necessità di confrontarmi con le gare in una nuova categoria. Raggiunsi dunque la Toscana, quella che viene riconosciuta ancora oggi come la culla della bicicletta. Ricordo con emozione la prima gara a Siena, che vinsi, e poi tornai a casa dai miei genitori a Messina a fare le valigie per proseguire il percorso che seguo ancora oggi».

A Empoli hai concluso la scuola superiore prima di passare professionista. Un motivo di orgoglio…

«Effettivamente non è facile studiare quando pratichi uno sport ad alto livello, a quell’epoca non c’erano le scuole didattiche per i talenti. Confesso che qualche volta ho “bigiato” per allenarmi, ma il richiamo del sogno della mia vita era troppo forte…».

In seguito ti ha raggiunto tuo fratello minore Antonio, che è diventato un fedele gregario. Che importanza ha avuto questo ricongiungimento?

«È stato forte, tanto che l’ho ospitato nella casa che mi ero comprato in Toscana con i primi contratti. Antonio è del 1992, è un ottimo uomo di squadra, affidabile, con il quale ho corso la Vuelta e il Giro. Con un semplice sguardo ci capiamo all’istante l’uno con l’altro. Anche i compagni spagnoli hanno apprezzato le sue qualità».

Il legame con Messina, dove vivono i tuoi genitori Salvatore e Giovanna, è molto forte…

«Assolutamente sì. Appena posso rientro a salutarli, anche se la stagione è sempre più lunga e mia figlia Emma ha iniziato la scuola. D’estate e a Natale cerchiamo di trovare gli spazi che poter tornare sull’isola».

La distanza con la Sicilia rende impegnativo pure lo sviluppo del ciclismo, tanto che con tua moglie Rachele hai fondato nel 2015 il Team Nibali per seguire i giovani della tua terra. Come procede il progetto?

«La maggiore difficoltà è costituita dal fatto che in Sicilia, dopo la categoria Juniori, bisogna emigrare per correre nei Dilettanti. Rachele si occupa dei nostri talenti in prima persona, facendo capo a collaboratori fidati sul posto. Lo scopo è quello di dare la possibilità a questi ragazzi di intensificare il loro percorso formativo fuori dalla nostra bellissima isola, in Italia e all’estero».

Da dieci anni hai scelto la regione di Lugano per la tua vita sportiva e soprattutto familiare. I tuoi più grandi successi sono arrivati dopo il trasferimento in Svizzera…

«È vero, qui mi trovo bene, come mia moglie Rachele e nostra figlia Emma, che è nata a Lugano nel 2014 e che sta seguendo all’Istituto Leonardo Da Vinci il suo programma scolastico. Pure la società del mio management ha sede nella Svizzera italiana, a Chiasso. I motivi della nostra scelta, dopo dieci anni trascorsi in Toscana, sono sicuramente la centralità del luogo con i suoi aeroporti (compresi quelli di Milano) per i miei frequenti spostamenti, oltre naturalmente alla bellezza del paesaggio e alla tranquillità. Montagnola ci piace».

Quali sono i tuoi percorsi d’allenamento in Ticino?

«Quando sciolgo le gambe dopo una corsa, mi piace tanto il giro del Monte Salvatore con puntata fino a Riva San Vitale. Spesso gli amatori mi riconoscono e mi salutano, per me è sempre un piacere. Il Lago di Lugano mi aiuta a rigenerare sia il corpo sia lo spirito. Il mio amico Mauro Gianetti mi ha indicato anche i tratti più impegnativi come la “Penüdria” (lo Stelvio del Luganese), la salita al Monte Brè, quella al Monte Generoso o la Bioggio-Cademario. Anche il Sopraceneri non scherza, in particolare con l’Alpe di Neggia. Ci sono altre salite che non conosco per nome, ma che ricordo bene di vista e nelle gambe. Il Ticino è una regione magnifica per allenarsi, anche se talvolta passo il confine per pedalare sulle strade del Varesotto».

Quanti chilometri percorri sull’arco di una stagione?

«Dipende dai giri ai quali partecipo, posso arrivare fino a 30’000 km l’anno. Pedalo da 15 a un massimo di 30 ore settimanali fino a una media di 100 km al giorno. L’allenamento più impegnativo è stato senza dubbio la Granfondo San Gottardo con i suoi 113 km attraverso i passi San Gottardo, Furka e Nufenen. Tosta».

Lo sviluppo del ciclismo sta a cuore a un campione che ha dato e ricevuto tanto dalle due ruote. Qual è il tuo prossimo obiettivo?

«Mi piace pedalare insieme a persone che pedalano. La bici, come ogni altro sport, è salutare e i paesaggi che ti permette di godere sono magnifici. Inoltre, in tutto il mondo si sta investendo sulle piste ciclabili, proprio per offrire ai meno esperti la possibilità di muoversi in sicurezza, soprattutto ai bambini. Poi, c’è l’esplosione dell’e-bike, adottata soprattutto come mezzo di spostamento giornaliero nel traffico cittadino. Credo che chi superi i 30/40 all’ora di velocità dovrebbe evitare le piste ciclabili, diventerebbero pericolose per tutti».

Pelé, Maradona, Van Basten, Del Piero nel calcio, ma anche Bernard Hinault nel ciclismo, che è nato il 14 novembre proprio come te. Il segno zodiacale dello Scorpione appartiene ai grandi campioni?

«Si dice che siamo spesso confrontati con la sfortuna. Io credo che c’è sempre una compensazione fra risultati positivi e situazioni meno favorevoli. Se guardo la mia carriera, mi ritengo senza dubbio in attivo, anche se ho dovuto far fronte a qualche infortunio grave, in particolare per le conseguenze alle vertebre per la caduta al Tour de France 2018, nell’anno in cui avevo vinto la Sanremo. Ammetto che sono orgoglioso di festeggiare il mio compleanno insieme a Bernard Hinault, un mito della bicicletta. Ho sempre avuto un’ammirazione per lui, mi ha sicuramente ispirato nel mio modo di interpretare il ciclismo».

L’Astana, per cui corri oggi, è una formazione di punta con sede in Kazakistan. Ti fa effetto pensare che la sua capitale Nur-Sultan dista 5’500 chilometri da casa tua?

«La realtà del ciclismo è radicata a un calendario classico che si svolge prevalentemente nei luoghi tradizionali di questo sport. L’Astana è una squadra internazionale con uno zoccolo duro italiano. Ci sono undici atleti kazaki e poi spaziamo tra spagnoli, colombiani, un bielorusso, americani e qualche promessa ecuadoregna. Insomma, siamo ben strutturati con una rosa di una trentina di corridori».

Gli avversari dovranno continuare a fare i conti con lo Squalo?

«Sono alla mia diciottesima stagione da professionista e sono fiero di essere tra i sei ciclisti che hanno raggiunto questo traguardo. Si impone una serena riflessione e ho le riserve per farlo. La voglia di pedalare il mezzo al gruppo è ancora tanta e desidero continuare a farlo con i miei programmi e le mie ambizioni. Abbiamo sofferto tutti le conseguenze del covid, che ha coinvolto sia gli atleti sia i membri dello staff. Per la vita frenetica che impone una stagione di ciclismo, in cui le gare iniziano a gennaio e terminano a fine ottobre, spesso si è confrontati con situazioni di emergenza, dovute anche agli infortuni, e quindi siamo chiamati a un tour de force che rende il nostro lavoro imprevedibile da un punto di vista della pianificazione sia degli allenamenti sia delle gare. Per il mio futuro resto comunque fiducioso».

Chi è lo Squalo dello Stretto di Messina

È nato il 14 novembre sotto il segno dello Scorpione come Bernard Hinault, uno dei sette ciclisti della storia ad aver conquistato almeno un’edizione dei Grandi Giri. Vincenzo Nibali, classe 1984, figura nell’Olimpo con i suoi Vuelta a España (2010), Giro d’Italia (2013 e 2016) e Tour de France (2014). I nomi dei suoi compagni d’impresa sono da pelle d’oca: Jacques Anquetil, Eddy Merckx, Felice Gimondi, Alberto Contador, Chris Froome e appunto Bernard Hinault. E solo quattro sono stati in grado di accostare ai Grandi Giri due classiche monumento, nel caso del campione siciliano il Giro di Lombardia (2015 e 2017) e la Milano-Sanremo (2018): con lui Merckx, Gimondi e ancora Hinault. Un poker da “standing ovation”.

Vincenzo Nibali, nato a Messina e residente dal 2012 a Montagnola, ricorda ancora con grande emozione il primo successo al Giro d’Italia. «Ho sempre desiderato indossare la maglia rosa fin da ragazzino, anche se già essere nel gruppo dei professionisti del Giro ha costituito per me una soddisfazione particolare. La magia si è avverata addirittura due volte, perché vincere davanti ai tifosi italiani ha proprio qualcosa di magico che ti resta nel cuore per tutta la vita, oltre a quel trofeo che trovo davvero spettacolare».

Un milione e mezzo di follower fra facebook, Instagram e twitter, lo Squalo dello Stretto (il soprannome che si è guadagnato perché ama correre sempre all’attacco) riesce ancora oggi, a 37 anni, a lottare con tutti i grandi ciclisti del momento, a distanza dalla sua età ideale quando ha vinto praticamente tutto. «Mi piacerebbe raccogliere di nuovo qualche gioia dopo un inizio particolarmente difficile dovuto al covid e alle sue conseguenze, tanto da perdere una ventina di giorni di preparazione per la stagione in corso. Mi sono impegnato a fondo per recuperare il lavoro fatto in inverno, la presenza Giro d’Italia è sempre stimolante».