Ci racconta il suo percorso sportivo?
«Ho cominciato a giocare a tennis all’età di 4 anni. A dire il vero possiamo dire che giocavo già nella pancia di mia madre e dal passeggino ero già tifosa a bordo campo. Da allora la racchetta è diventata il prolungamento del mio braccio, una compagna di viaggio e di tante avventure. Durante tutto il periodo delle scuole obbligatorie facevo avanti e indietro da Camorino, dove all’epoca si riuniva la “cellula” di Swiss Tennis, un gruppetto di giocatori ticinesi scelti per allenamenti mirati e diciamo privilegiati, tre volte alla settimana dopo la scuola. Poi, a 15 anni, arrivò la proposta da Bienne, per trasferirmi nel Canton Berna, a condizione di accantonare lo studio. Giocavo a tennis 4 ore al giorno e per due ore mi dedicavo alla condizione fisica».
Una vita bella, ma anche piena di sacrificio…
«Lo sport è anche questo. Questa è stata la mia routine per quasi tre anni: giravo il mondo da un torneo all’altro, sognando di diventare tennista professionista. Per dare spazio ai più giovani sono rientrata in Ticino e ho ricominciato la scuola. Ho scelto il Liceo linguistico in Italia, ciò che mi permetteva di avere i pomeriggi liberi per dedicarmi agli allenamenti, a Saronno questa volta. Poi portare avanti due cose è diventato sempre più difficile, e le cose mi piace farle bene, quindi il tennis è passato in secondo piano rispetto allo studio: mi sono laureata in Scienze della Comunicazione all’USI di Lugano».
Perché ha scelto, se di scelta si è trattato, proprio il tennis?
«Ho respirato tennis fin da subito, mamma e papà giocavano entrambi ed è sempre stato un piacere stare in campo per me. All’inizio facevo parallelamente anche ginnastica ritmica, poi verso gli 11 anni ho dovuto compiere una scelta. Probabilmente, fu dettata anche dal fatto che ero portata per il tennis, così almeno dicevano gli allenatori che allora mi vedevano tirare palline. Ho sempre praticato anche altri sport, come il nuoto o lo sci, ma solo con il tennis era vero amore».
Cos’è oggi il tennis per Serena Bergomi?
«È tuttora una grande passione, a cui però dedico meno tempo, ahimè. Diciamo che in inverno vado un po’ in letargo, esco dalla tana in primavera e riprendo. Insegno, nei ritagli di tempo, gioco qualche torneo e non manco mai all’appuntamento Interclub: mi piace lo spirito di squadra, e sono fiera capitana di un gruppo di pazze. Il tennis – guardato e giocato – farà sempre parte della mia vita».
Quando ha iniziato a giocare, a quali modelli si ispirava e perché?
«Sarà scontato, ma Martina Hingis all’epoca se ne stava, con i poster delle boy band, sui muri della mia cameretta. È difficile non rimanere abbagliati da un talento simile. La facilità e la lettura del gioco che le permetteva sempre di essere una frazione di secondo in vantaggio sugli altri era ipnotizzante. A Camorino abbiamo cominciato ad allenarci seguendo il suo metodo, o meglio, il metodo di mamma Molitor. Penso mi sia «servito molto, anche se il mio gioco poi si è sviluppato in maniera diversa. Lo schiaffo al volo arrivava proprio da lì».
E oggi quali sono i tennisti che più la fanno entusiasmare?
«Anche qui rischio di cadere nella banalità più assoluta, ma come mi fa battere il cuore Roger Federer, non ci riesce nessuno. Notti sveglia per seguirlo, balzi sul divano, urla disumane. Insomma, lui per me incarna l’essenza del tennis, è un dono dal cielo. Tifo ovviamente tutti i rossocrociati, in campo maschile e in quello femminile. Sono legata da una bellissima amicizia a Timea Bacsinszky. Ma di amore vero ce n’è uno solo: King Roger. Se dovessi scegliere un altro giocatore del circuito che apprezzo, tolti gli elvetici, punterei senza dubbio su Juan Martin Del Potro. Non solo per lo stile, ma anche, e soprattutto, per l’attitudine, la dedizione e il cuore che ci mette quando entra in campo. E a livello femminile la mia solidarietà va a una guerriera come Simona Halep».
Quanto contano nel tennis e nello sport in generale gli esempi dei campioni?
«Tantissimo. Ma non solo tennis o nello sport in generale, anche nella vita. Lo sport deve insegnare l’umiltà, il sacrificio, deve temprare il carattere e forgiare la forza di volontà. E chi meglio di un campione ti dimostra che se davvero vuoi, puoi? Avere un modello da seguire, qualcuno che quella strada, a modo suo, l’ha già percorsa, è uno stimolo importante. E poi, tolte alcune eccezioni, lo sport è salute, porta con sé dei valori che ogni tanto vengono dimenticati, come il rispetto».
Com’è cambiato questo sport negli ultimi 20 anni?
«È cambiato molto, non tanto nella sostanza quanto nella forma. Dall’equipaggiamento – ovviamente oggi più all’avanguardia – alle tecnologie introdotte (come l’occhio di falco). Il tennis però è sempre lo stesso, vinci se fai un punto in più del tuo avversario o, a dipendenza di quale sia la tua tattica, se fai un errore in meno. Di recente sono stata a Milano per seguire le Next Gen ATP Finals, con i migliori emergenti che provavano un nuovo sistema di gioco: insomma, un tennis 2.0. Molto spettacolare e affascinante, ma non sono ancora pronta per sostituire il vecchio modello con quello nuovo».
Venendo al torneo di Lugano, di cosa si occuperà?
«Sarà di certo una bella avventura! Conosco l’ambiente e quindi posso fare da ponte tra l’organizzazione, le giocatrici e il nostro bel Ticino. Sarò la speaker ufficiale, quindi sentirete spesso la mia voce in giro per i campi».
Che importanza dare al ritorno in Ticino di un torneo di livello mondale?
«Lasciatemelo dire: era ora! Mancava proprio una competizione di alto livello qui da noi. Senza nulla togliere al Challenger di Chiasso (prima maschile e poi femminile), a quello di Caslano e ai tornei internazionali organizzati a Taverne. Ma dopo il torneo di Lugano dei bei tempi, il tennis che conta da noi non si era più visto. Ed è un peccato. Anche perché è uno sport praticato e molto seguito alle nostre latitudini, quindi perché non cavalcare l’onda e offrire un bello spettacolo a tutti gli appassionati di racchetta e pallina?».
Ci dà una sua valutazione anche sul tennis ticinese?
«Fare tennis in Ticino non è semplice. Un po’ come per il calcio, c’è tanto campanilismo. E diventare bravi, ma bravi davvero, nel nostro Cantone è dura. Ecco perché sempre più atleti varcano i confini: Bandecchi e Tsygourova in direzione Italia, Margaroli in Austria, tanto per citare un paio di esempi. Però tanti bambini si avvicinano al tennis e questo è un bene. Ci sono parecchie strutture in Ticino che permettono, a iniziare dai più piccini, di cominciare ad amare questo sport».
Ultima curiosità: un talento su cui scommetterebbe?
«Con le scommesse sono una frana, non ci azzecco mai. Però provo a sbilanciarmi e faccio un nome: Carolina Pölzgutter. Ha una buona base da fondo campo e tanta pazienza. Non appena troverà il coraggio di spingere di più e prendere anche la rete potrebbero arrivare risultati sempre più incoraggianti».
Un torneo con grandi aspettative
Geraldine Dondit è la direttrice del Torneo WTA di Lugano e anche per lei si tratta di un avvenimento senza dubbio emozionante. Da affrontare in che modo e con quali obiettivi? Che genere di torneo sarà il vostro? Quale montepremi avrà e come di colloca nel panorama internazionale?
«Il Samsung Open sarà uno dei primi tornei sulla terra battuta della stagione 2018. È un evento che appartiene alla terza miglior categoria di tornei a livello internazionale, con un montepremi di 250.000 dollari».
Come è nata e come si è poi sviluppata l’idea di questo torneo?
«L’agenzia InfrontRingier opera in Svizzera con la commercializzazione dei due maggiori campionati di calcio, organizza il Tour de Suisse e l’Hockey Cup. Come quarto pilastro, l’agenzia voleva essere coinvolta nel promettente tennis femminile. E il progetto è andato in porto».
Cosa comporta organizzare un torneo di questo livello?
«Prima di tutto serve una licenza e un grande contributo da parte degli sponsor. Poi circa 150 collaboratori e naturalmente tante autorizzazioni e concessioni. Si tratta di un evento piuttosto complesso».
Come si fa a convincere un tennista a partecipare a un torneo?
«Alle giocatrici piace giocare in Svizzera. A dire il vero bisogna convincere davvero poche giocatrici, più che altro quelle tra le prime 20 della classifica WTA: per loro vige oltretutto un regolamento specifico e solo alcune possono partecipare a un torneo come quello di Lugano».
Come intendete profilarvi nel prossimo futuro? Quali ambizioni avete?
«Sarebbe bello organizzare il torneo per i prossimi 2-5 anni in Ticino. Un ruolo importante è svolto dallo sviluppo finanziario: per poter proseguire su questa strada e permettere al torneo di sopravvivere a lungo dovremo pareggiare i conti al termine del terzo anno, altrimenti sarà difficile».
Crede che un evento simile possa dare altro lustro alla città?
«Penso di sì. Il torneo sarà trasmesso da 105 stazioni televisive in tutto il mondo, raggiungendo un pubblico cumulativo di oltre 500 milioni di spettatori. Ovunque si vedranno le bellissime foto del TC Lido Lugano e dei suoi dintorni. Speriamo anche che il torneo motivi e ispiri gli spettatori a fare sport e soprattutto a giocare a tennis».
Il giorno dopo la finale, sarete felici se…?
«Se non ci saranno stati incidenti importanti, se le giocatrici svizzere avranno giocato bene, se la tribuna si sarà riempita e se gli sponsor saranno soddisfatti, con la promessa di esserci anche per l’anno successivo!».