Che cosa ci hanno insegnato questi ultimi mesi di pandemia?
«La situazione è sicuramente migliorata ma non mi sento di dire che ne siamo definitivamente fuori. Noi vediamo gli effetti, ovvero quante persone finiscono in ospedale. Le cifre sono più rassicuranti, l’evoluzione dei contagi e in Ticino permette di tirare un sospiro di sollievo e ora siamo uno dei Cantoni tra quelli dove il virus è meno presente. La ragione della situazione odierna è evidente: le misure di chiusura messe nei mesi scorsi si sono dimostrate efficaci rispetto al numeri dei contagi e questo è diventato visibile rapidamente anche negli ospedalizzati e un po’ più lentamente anche nelle cure intensive. Sappiamo però che questa situazione è artificiale. Abbiamo purtroppo dovuto chiudere le persone in casa e chiudere tutta una parte di economia per permettere di bloccare la diffusione del virus nella popolazione. Vi sono in ogni caso due grandi incognite che non permettono ancora di sapere cosa potrà capitare nei prossimi mesi. Una è quella legata alle varianti la cui velocità di diffusione potrebbe cambiare gli scenari di riapertura. La seconda è la velocità con la quale riusciamo a vaccinare la popolazione poiché il vaccino, è l’unica soluzione per uscire da questo tunnel. Le strutture ospedaliere sono state sottoposte a una fortissima situazione di stress ma abbiamo affinato la presa a carico dei pazienti, la gestione delle corsie, capito cosa è davvero necessario e cosa invece fa perdere tempo prezioso Mi piace pensare che da tutto ciò che abbiamo passato possano anche derivare anche nuove terapie per altre patologie».
Per i prossimi mesi, dobbiamo temere una terza ondata?
«È una domanda a cui nessuno, in questo momento è in grado di rispondere con certezza. Andiamo in corso delle vacanze estive che sicuramente rappresentano una possibile crescita delle occasioni di contagio. Per contro la bella stagione e una vita trascorsa per la maggior parte del tempo all’aria aperta le riducono. Gli assembramenti sono ormai una scena consueta ed è palpabile il malcontento soprattutto tra le fasce più giovani della popolazione, stufe delle restrizioni. Dunque siamo di fronte ad elementi apparentemente contraddittori. Sicuramente non saremo davanti a uno tsunami, ma è possibile che nelle prossime settimane i numeri aumenteranno. Abbiamo però a nostro favore l’aumento del numero di persone vaccinate».
A questo proposito, la campagna vaccinale è risultata essere alle attese della popolazione?
«Avere avuto i vaccini in un tempo così breve rispetto all’inizio della pandemia costituisce senz’altro la testimonianza del grande sforzo compiuto dall’industria farmaceutica in tutto il mondo. Alcune aziende hanno avuto tuttavia nella produzione dei limiti tecnici. Ne usciremo definitivamente quando diventeremo autonomi nella produzione dei vaccini. Forse sarebbe stato auspicabile riunire le migliori teste della ricerca e dell’industria svizzera e chiedere di risolvere il problema, garantendo la produzione di un vaccino efficace. Mai come in questo caso s’è visto come l’indipendenza paghi. Israele ha trasformato il Paese in un grande laboratorio, la Gran Bretagna ha scommesso sulla produzione interna e ha vinto. Insomma, la ricca Svizzera poteva fare di più e invece la politica dei vaccini è stata lacunosa, poco coraggiosa e soprattutto poco lungimirante. Occorreva investire per rischiare, per ordinare molto prima i vaccini, che erano e restano l’unica via d’uscita. Pensiamo alle spese sostenute per tamponi, test, aiuti vari e sostegni a chi non lavora a chi ha dovuto chiudere l’attività».
Qual è la validità e la durata della copertura assicurata dai vaccini?
«Il virus non sparirà e poi ci sono le varianti. In Svizzera è stato confermato che quella inglese è la dominante, ma si sa ancora poco della diffusione e della pericolosità delle altre. Dovremo probabilmente abituarci al fatto che ogni tanto si presenterà una variante nuova. Quelle che circolano adesso in Svizzera hanno una chimica molto simile a quella che conoscevamo, sono forse un po’ più facilmente contagiose. Nel mondo ci sono delle varianti apparentemente pericolose, come forse quella indiana, anche se i dati sono difficili da estrapolare perché l’India ha un sistema sanitario diverso dal nostro. Le varianti sono dunque un punto di domanda difficilmente prevedibile, ma ora il mondo ha a disposizione i vaccini che possiamo modificare e adattare, così come gli anticorpi monoclonali. Per quanto riguarda la durata della copertura dovremo tenere sotto osservazione i vaccinati per anni. Cosa che non possiamo ancora fare perché abbiamo vaccinato le prime persone pochi mesi fa. Il nostro è un sapere in divenire. Se ci si renderà conto che sarà necessaria una nuova somministrazione, lo Stato si organizzerà per distribuire nuovamente il vaccino. Verranno stabilite delle regole per vedere quando effettuare un richiamo e queste regole verranno cambiate nel corso del tempo».
Dovremo abituarci a portare ancora per lungo tempo la mascherina?
«Prima di abolire definitivamente questa misura occorre essere ben sicuri che le possibilità di contagio si siano drasticamente ridotte. Oltre che proteggere la persona che ho davanti la mascherina protegge sé stessi dalle infezioni gravi, chi inala tanto virus avrà un Covid più grave, chi ne inala meno avrà una malattia più tranquilla. Ma la mascherina non è tutto quello che dobbiamo adottare, importante rimane igienizzarsi le mani e mantenere le distanze. Questi comportamenti, sono ormai in gran parte ben radicati nella nostra quotidianità, e faremo bene a mantenerli fino a quando l’epidemia non sarà definitivamente sconfitta. Il Covid ci obbliga a una nuova convivenza, che è stata molto difficile e drammatica nei mesi scorsi. Adesso pian piano diventa una convivenza un po’ più semplice, ci sono le aperture, abbiamo una copertura vaccinale. La società sta tornando a una nuova normalità».