Quali sono le principali difficoltà che nella società contemporanea incontra un fenomeno come quello del mecenatismo?

«I problemi maggiori sono di ordine istituzionale e di scarsa consapevolezza degli operatori coinvolti professionalmente. Questo mix di fattori depotenzia un fenomeno in grado di contribuire alla crescita del benessere nella società contemporanea.

Da un lato le istituzioni governative hanno difficoltà a relazionarsi con i mecenati. Mancano strumenti consolidati, banche dati, normative adeguate, canali di comunicazione istituzionalizzati tra i soggetti interessati.

Dall’altro gli operatori devono fare i conti con la logica dei mecenati oggi sempre più attenti a fattori quali la sostenibilità, omogenea con l’esperienza professionale dei donatori. In termini più generali, occorre trovare una modalità efficace per fronteggiare i cambiamenti del mecenatismo, allontanatosi da una dinamica prettamente assistenziale o caritatevole sull’onda della sostanziale trasformazione che ha interessato il nostro modello economico e sociale.

Approcciare i mecenati senza la consapevolezza di questi fatti produce risultati insoddisfacenti per entrambe le parti: chi chiede non ottiene i risultati ai quali aspira; chi dà non trova competenza e visione».

 

Che cosa sarebbe necessario fare per stabilire un clima di cooperazione tra mecenati e soggetti culturali?

«Niente di più lontano dal vero delle considerazioni che attribuiscono alle persone facoltose una scarsa coscienza civile o una egoistica svalutazione dei valori etici.

Occorre che stato, operatori e istituzioni mettano in atto un radicale mutamento di prospettiva che sposti l’asse della loro azione dal “chiedere” al “dare”. Per quanto paradossale possa sembrare questa indicazione, l’”arte di chiedere” trova la sua realizzazione più efficace nella capacità di offrire più che in quella di domandare. 

È dunque necessario avere la forza e la capacità di costruire una relazione basata su un canone che ribalti il rapporto tradizionale donatore beneficiario, incapace di reggere all’evoluzione dei tempi, per abbracciare una Weltanschauung che faccia proprie le ragioni dell’altro.

Questa è la base fondativa per la quale i soggetti coinvolti massimizzano la capacità di valorizzare le risorse, promuovendo una visione di sistema. Quando questo accade, il mecenatismo si configura come una partnership caratterizzata da attitudini, competenze, strumenti e flussi di informazione bidirezionali capaci di sostenerla nel lungo periodo».

 

Qual è il nuovo ruolo che i mecenati intendono rivestire e che non può più essere soltanto quello di donatori silenziosi?

«I mecenati desiderano rivestire un ruolo attivo. Sta agli altri soggetti trovare il modo di farli partecipare ai progetti con passione, facendo leva non solo sulle motivazioni del cuore, ma anche su quelle della ragione. Se questo succede, essi stessi diventano lievito, dando un contributo importante alla campagna di raccolta fondi, aumentando il valore della loro donazione ben oltre quello della somma data».

 

Quali sono dunque i punti di forza e le prospettive che si aprono per un nuovo mecenatismo creativo e visionario?

«Non è facile fare una previsione sensata in tempi tanto complessi quanto quelli che stiamo vivendo. Darwinianamente, io mi aspetto che la situazione attuale evolva verso una sempre maggiore e presa di coscienza degli operatori, potendo i mecenati decidere autonomamente del destino della propria ricchezza. 

In altre parole, chi chiede deve sviluppare nuove attitudini che permettano di adattarsi in un ambiente nuovo, non essendo più utili quelle sviluppate nel passato. 

Dall’altro lato, in linea di principio i mecenati sono perfettamente in grado di raggiungere i loro obbiettivi, qualora siano interessati. Sotto lo sguardo di istituzioni talora impermeabili al cambiamento, è sempre più frequente il caso di mecenati che si sostituiscono ad esse facendosi attori di progetti per la comunità da loro finanziati, mettendo in atto nei fatti uno spostamento di potere decisionale dalla collettività al singolo».

 

Quali sono attualmente le caratteristiche e le dimensioni del fenomeno del mecenatismo in Svizzera e in Ticino?

«Per comprendere le potenzialità del mecenatismo in Svizzera bisogna tenere conto di alcuni fenomeni. In primo luogo, il sedimentarsi di una cultura diffusa, che vanta una tradizione riconosciuta e vede numerose famiglie facoltose attive da secoli, secondo la quale il privato ha un ruolo di responsabilità nella creazione di istituzioni culturali di valenza collettiva. Ad essi è affidata una posizione primaria, mentre lo stato agisce sussidiariamente.

In secondo luogo, la Svizzera si pregia di una concentrazione di patrimoni da primato. Secondo il “Global Wealth Report 2016” di Credit Suisse, la ricchezza media individuale in Svizzera è di 561.900 dollari, precedendo Australia (376.000 USD), USA (345.000 USD), mentre la ricchezza globale posseduta da privati è pari a 3.500 miliardi di dollari, l’1,4% della ricchezza privata globale.

In terzo luogo, i possessori dei patrimoni sono sempre più anziani, essendo l’avanzare dell’età un fattore che aumenta la propensione alla donazione. Per avere una idea di quali sono le masse di ricchezza coinvolte in questo fenomeno, faccio riferimento al “Billionaires report 2016” di UBS e Price Waterhouse Cooper, che ha valutato in 2.100 miliardi di dollari l’ammontare dei patrimoni che passeranno alla generazione successiva nei prossimi 20 anni.

A queste considerazione va aggiunto, primo, che l’Europa dispone del più consistente numero di miliardari multigenerazionali (182, pari al 54% del numero mondiale), vale a dire famiglie che hanno conservato la ricchezza nel tempo, se non per secoli; secondo, il rapporto UBS valuta che Germania e Svizzera abbiano la più cospicua concentrazione di patrimoni nelle mani di persone anziane. 

Un’ultima considerazione. Accanto alla tradizione di cui sopra, la percezione di stabilità e sicurezza che il paese offre incrementa le possibilità che questi numeri imponenti si traducano in atti di mecenatismo a favore della collettività».

 

In questa processo di riposizionamento del mecenatismo, quali dovrebbero essere i ruoli del pubblico e del privato?

«Secondo le analisi più accurate, stiamo assistendo alla concentrazione della ricchezza sempre più nelle mani dei privati mentre in alcuni nazioni europee il settore pubblico sta diminuendo il proprio ruolo, sia per problemi di budget che per approcci di politica economica e sociale che spingono nella direzione di una diminuzione del welfare a finanziamento pubblico. 

Questa tendenza impone una considerazione accurata dell’importanza del mecenatismo, il cui ruolo potrebbe tendere ad aumentare proporzionalmente all’incremento di ricchezza in mani private. La grande questione è dunque chi ha il compito di stimolare un rinascimento del mecenatismo e come questo può essere fatto, laddove in corrispondenza di grandi crisi umanitarie gli individui sono spinti per senso etico ad impegnarsi nei confronti della collettività.

Dunque, il problema complesso che si pone ai decisori politici e agli operatori sociali e culturali è come rendere efficiente il sistema, sfruttando le opportunità offerte dalla sua evoluzione. Ad essi tocca la grave responsabilità di sfruttare le possibilità generate dai grandi cambiamenti globali, innescando un circolo virtuoso tra mecenatismo e benessere della società tutta. Storicamente, i grandi salti nelle conoscenze dell’umanità, la realizzazione delle grandi testimonianze nel campo delle arti, hanno un importante alimento in quella spesa, apparentemente improduttiva, che solo il mecenatismo può mettere in campo perché, a differenza dell’investimento, è agito senza un calcolo del ritorno».