Tiziano Cassina, primario di Cardioanestesia e Cure intensive del Cardiocentro Ticino, è anche professore titolare presso la Facoltà di Medicina dell’Università di Ginevra. In Ticino e al Cardiocentro è giunto con un doppio titolo formativo in anestesia e medicina intensiva conseguito all’Ospedale Universitario di Losanna, con la quale ha peraltro portato avanti una costante collaborazione, cui è poi subentrata nel 2009 quella con l’ospedale universitario di Ginevra. Già presidente della Società Svizzera di Anestesiologia e Rianimazione per 4 anni fino al 2012, Tiziano Cassina ama ripetere di avere appreso dal canottaggio – sport al quale è legato da una grande passione – la lezione di quanto sia importante remare insieme, sia in campo medico che per ciò che riguarda l’organizzazione sanitaria.
Quali sono le principali caratteristiche dell’unita di terapia intensiva del Cardiocentro?
«L’unità di terapia intensiva si trova al piano –1 ed è adiacente alle sale operatorie per garantire la massima sicurezza e rapidità d’intervento anche nella fase post-operatoria. Offre cure altamente specializzate ai pazienti cardiopatici durante le differenti fasi della malattia, prima e dopo una procedura di cateterismo cardiaco o un intervento cardiochirurgico. È inoltre il centro di riferimento per la presa a carico dopo un arresto cardiaco extraospedaliero ed è in grado di assistere persone con grave insufficienza respiratoria che necessitano di ossigenazione extracorporea. Infine è all’avanguardia per la gestione dei pazienti sottoposti alle moderne procedure di cardiologia interventistica, come le valvole percutanee o le procedure complesse di elettrofisiologia. Per i pazienti con grave insufficienza cardiovascolare, il reparto dispone delle apparecchiature e delle competenze necessarie per sostituire temporaneamente la fuzione miocardica con una circolazione esterna».
Lei ha elaborato un preciso concetto di medicina perioperatoria cardiovascolare. Di che cosa si tratta?
«La medicina perioperatoria cardiovascolare esprime una visione di presa a carico globale del paziente nelle fasi che precedono, accompagnano e seguono l’intervento cardiochirurgico. In questo modo, la presa a carico del paziente è trasversale e permette una continuità delle cure con un percorso terapeutico uniforme ed individualizzato».
La medicina acuta si è profondamente trasformata e abbreviata nel corso degli ultimi anni…
«Assolutamente sì. “Fast-track” è il termine inglese entrato nell’uso comune per esprimere un “percorso accelerato” della degenza dei pazienti in ospedale. Si tratta di una concezione più moderna dell’approccio al malato secondo la quale tutti gli operatori sanitari coinvolti collaborano a ridurre al minimo l’impatto invalidante dell’intervento chirurgico con un conseguente recupero più rapido dello stato di benessere ed una dimissione precoce dall’ospedale. Sono quattro le fasi del ricovero ospedaliero di un paziente cardiochirurgico: la diagnostica, la fase operatoria, il decorso postoperatorio in terapia intensiva e la degenza. Molto è cambiato anche in conseguenza dell’evoluzione delle tecniche di intervento cardiochirurgico. Probabilmente gli approcci mininvasivi sono il primo passo verso la chirurgia del terzo millennio che sicuramente vedrà sempre più l’uomo e la macchina lavorare insieme per ottenere risultati migliori. È infatti ovvio che l’estensione dell’impiego di tecniche chirurgiche mininvasive a pazienti con cardiopatie complesse è possibile solo se la tecnologia mette a disposizione del chirurgo macchine “intelligenti” che aiutano a vedere meglio ed eseguire perfettamente le tecniche chirurgiche applicate».
All’interno del Cardiocentro, lei occupa anche un ruolo di grande responsabilità, quella di vicedirettore sanitario: con quale spirito ha affrontato questa sfida e quali sono stati i principali successi conseguiti?
«Questa funzione che ricopro accanto a quella clinica mi affascina molto perché implica uno sforzo per coordinare e armonizzare fattori di natura sanitaria, economica, e quelli attinenti alle risorse umane o alla gestione aziendale, talvolta in contrasto tra loro. Un principio a cui ho sempre cercato di ispirarmi è quello di assicurare non soltanto il benessere del paziente, che rimane la preoccupazione principale, ma anche il benessere di tutta l’organizzazione sanitaria di medici, infermieri e personale ausiliario. Solo in questo modo è possibile raggiungere quei risultati che fanno del Cardiocentro un luogo dove è possibile curarsi bene ma anche lavorare all’interno di un ambiente accogliente e attento alle esigenze di tutti».
A questo proposito, non posso fare a meno di domandarle quale potrà essere il futuro del Cardiocentro….
«Al momento sono in corso le trattative tra Ente Ospedaliero Cantonale (EOC) e Fondazione Cardiocentro Ticino con l’obiettivo di arrivare ad un accordo innovativo che permetta di salvaguardare l’autonomia del nostro nosocomio privato, al momento della sua integrazione nel settore pubblico prevista dopo il 2020, come pattuito negli anni ’90 quando il prof. Tiziano Moccetti fondò la struttura. Sono convinto che esistono i presupposti per arrivare a una nuova intesa che consenta ai pazienti ticinesi di continuare a fruire delle migliori cure possibili, offerte dall’attività clinica del Cardiocentro valorizzando l’acquisita esperienza nel contesto organizzativo dell’EOC. Stiamo lavorando per l’auspicata quadratura del cerchio alfine di precisare la posizione del nostro istituto all’interno dell’organigramma sanitario cantonale definendo il grado di autonomia che garantirà la continuità dei valori e del “nome” Cardiocentro».